Home / Architettura / Ordine e decoro

Ordine e decoro

Il processo di conoscimento dell’architettura difficilmente si configura come una progressiva acquisizione di informazioni e conseguente formulazione di tesi: è piuttosto, proprio come la progettazione, un percorso tortuoso che spesso risponde all’incremento del dato conoscitivo con la modificazione di tesi precedentemente considerate assimilate. Alcune di queste riflessioni però ci paiono talmente certe da non richiedere ulteriori indagini, correndo il rischio di diventare assunti dogmatici, slegati dai ragionamenti che li hanno generati. Uno di questi temi, per molti tra architetti e studenti di architettura della mia generazione, è certamente quello della decorazione. Forse l’imperioso “Ornamento e delitto” di Loos (1910) o il fatto che molti dei nostri maestri venissero da una cultura rigidamente razionalista ci hanno resi abbastanza sicuri del fatto che quella pratica potesse essere archiviata con serenità.

Varrebbe certamente la pena dedicare al tema una riflessione priva di pregiudizi, partendo dall’analisi del significato originario delle parole e della loro pratica. Il verbo ornare deriva dall’omonimo latino, che è a sua volta legato ad “ordo, ordinis” cioè disporre, preparare con ordine. Ornare, dunque, porta con sé certamente valenze estetiche, ma legate a principi compositivi più che ad abbellimenti accessori. Decorare ha invece un’etimologia più impegnativa, dal momento che decoro condivide la radice con il sostantivo decorum, cioè corrispondente od appropriato. Decorazione sottende dunque un duplice significato, da una parte etico e dall’altra comunicativo, esplicativo, elemento portatore di significato, informazione. Se si accetta l’idea che il linguaggio architettonico abbia l’obiettivo di esprimere le istanze culturali e sociali del periodo storico che lo ha generato, la decorazione può dunque può dunque assumere il ruolo di veicolo di significato, ed, analogamente, la sua assenza può essere letta come volontà di espressione.

Risulta chiaro che la decorazione (o la sua assenza) debbano coerentemente rientrare all’interno di un lessico architettonico che sia espressione del suo tempo: elemento decorativo, nella sua accezione di portatore di significato, può perciò essere considerato uno spazio pittorico, un elemento scultoreo, una determinata tessitura di un materiale costruttivo o la stessa scelta del materiale. Presupposto di questo ragionamento è che si superi il rigido funzionalismo per cui tutto ciò che deve esistere sia ciò che garantisce il meccanico funzionamento dell’edificio. In quest’ottica, ad esempio, la presenza dei triglifi sui fregi dei templi greci non può essere considerata orpello, perché elemento portatore della memoria storica dell’origine lignea del tipo architettonico. Più anticamente ancora, nelle abitazioni dei Musgùm del Ciad, la decorazione rende le case stesse dei libri di storia: il complesso intreccio di simboli ed immagini costituiscono una vera scrittura che ha la funzione di conservare il complesso delle tradizioni, i rapporti sociali fondamentali, le unità di parentela. Un esempio più recente: la tessitura superficiale della Österreichische Länderbank di Otto Wagner non ha solo un carattere estetico, ma è necessaria per rafforzare il significato di “forziere” che l’architetto intendeva esprimere realizzando la sede di una banca.

Ma in che modo la contemporaneità si esprime attraverso la decorazione significante? Gli esempi più interessanti sono probabilmente quelli che vengono comunemente definiti Media-buildings. Nella loro versione iniziale questi edifici erano essenzialmente architetture tradizionali con schermi applicati sulle proprie facciate in modo che fossero capaci di trasmettere informazioni. Con l’affinarsi della tecnologia questi rivestimenti si sono trasformati in elementi adattivi, rispondenti al contesto, modificabili. In linea di principio essi rimangono pur sempre elementi decorativi come precedentemente descritti: non realmente necessari per il funzionamento meccanico dell’edificio, ma essenziali per la loro funzione significante. Ad esempio il gruppo UN Studio, dovendo sostituire il prospetto della Galleria Department Store a Seoul, decide invece di ricoprirla con 4330 dischi di vetro ricoperti di uno speciale film che sia in grado di riflettere la luce ed il contesto circostante, trasformando l’edificio in uno specchio concettuale del contesto. Ancora: lo studio AG4 realizza nel 2003 la prima Media-Facade trasparente mai realizzata: una fitta rete di led attraversa il prospetto principale, rendendolo un grande schermo capace di trasmettere messaggi, immagini e filmati senza impedire il passaggio di luce verso l’interno.

In definitiva credo che pensare la decorazione come un elemento obsoleto, indice di un’architettura arcaica e opulenta, denoti una mancata conoscenza di cosa essa stessa voglia dire e di cosa possa trasmettere. Le sue forme sono molteplici e possono contribuire a veicolare meglio il messaggio di un edificio così come ad impedire che esso passi, se non è utilizzata in modo corretto. Ma non si potrebbe dire lo stesso di qualunque altro elemento della grammatica architettonica contemporanea?

Matteo Baldissara – PoliLinea

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

Check Also

La discontinuità continua della storia

Non è data architettura fuori dalla sua dimensione storica, perché non esiste individuo né cultura ...