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Gabriel Garcia Marquez, il realista delle immagini

“Non ho inventato niente, tutto ciò che ho scritto c’era già… nella realtà.”

Quando la vita di un grande personaggio letterario si conclude coloro che lo ricordano hanno il compito di circoscrivere in quel presente da lui appena abbandonato un’immagine imperitura del suo spirito. Ciò significa consacrare non solo l’immagine di ciò che egli è stato ma anche il senso di ciò che ha voluto significare e lasciare.

Lo spirito di Marquez è stato associato al realismo magico, ma egli non si sentiva appartenere a questa categoria letteraria. Egli è stato un realista puro, o come preferiva definirsi, un realista triste. Ma nel senso più gioioso del termine, quello più vivo, che contraddistingueva lo spirito dell’America Latina vissuta in gioventù, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Immagini di un’intensa giovinezza, vissuta con quindici fratelli e sorelle (quattro dei da madri diverse), in un tempo sempre presente, circolare, riempito dai racconti della nonna e determinato dalla numerosa presenza femminile, nella grande casa di famiglia nel villaggio di Aracataca, nei Caraibi colombiani. Dove c’è la magia, Marquez non c’entra. Egli non ha inventato niente. È la realtà stessa ad essere stata inventata prima che venisse da lui raccontata.

“La mia unica spiegazione è che così come i fatti reali si dimenticano, alcuni che non si sono mai prodotti possono anche inserirsi tra i ricordi come se fossero stati.”

Alfred H. Barr Jr, il quale fu il primo direttore del MOMA di New York, ha collegato la definizione di “realismo magico” all’opera di pittori “che servendosi di una perfetta tecnica realistica cercano di rendere plausibili e convincenti le loro visioni improbabili, oniriche o fantastiche”.

Quello di Marquez, come lui stesso teneva a specificare era sì un realismo, ma non “magico”, dove magiche erano invece le immagini e i personaggi delle sue storie. La caratteristica del suo realismo e il senso della sua filosofia letteraria è quella vena malinconica che, un po’ come la saudade latina cantata da Joao Gilberto, accompagna il filo dei suoi racconti.

Egli stesso amava definirlo un realismo triste, dove triste non è altro che lo specchiarsi quotidiano dell’uomo nella profondità genuina della vita, vita latina, felice ma allo stesso tempo costantemente amara, essendo essa stessa vita. Una tristezza che finirà per intensificarsi, nei suoi ultimi romanzi, identificandosi con la crescente solitudine della moderna America Latina.

Lo spirito di Marquez si potrebbe definire puramente realista, poiché le storie non sono state da lui immaginate ma vissute o ispirate dalla vita vissuta nella sua giovinezza ad Aracataca prima a Cartagena poi, unificate come costellazioni a guidare l’avanzare della sua grande storia, che le vede tutte racchiudersi.

Lui stesso paragonava il susseguirsi dei suoi racconti all’immagine di quelle “incrostazioni di sale” che si formano sulle barche con gli anni, incise dallo scagliarsi quotidiano dell’acqua salata sul legno. Nient’altro che quotidianità, vita, esperienza. Da qui forse nacque il titolo del romanzo Vivere per raccontarla, la prima parte della sua autobiografia che fu pubblicata nel 2002 (il seguito nel 2010, Non sono venuto a far discorsi).

Ma c’è ancora un altro Marquez da ricordare, colui che si dichiara “contro” le idee, contro la visione idealista del mondo. Il mondo delle immagini ha ispirato tutta la produzione letteraria di Marquez, il nostro unico mondo, dove si riuniscono gli aspetti puri e reali della vita, a differenza del mondo impalpabile delle idee.

“Siamo ancora troppo legati a Cartesio”, criticò Marquez.
-Per Cartesio è il dubbio metodico costante l’unica via di esperire la realtà, poiché tutto ciò che è esperito può non essere reale. Ciò che per Cartesio è certo è solo il cogito ergo sum, l’esistenza dell’uomo come “entità pensante” dove però l’essere fisico in quanto tale, in quanto oggetto che esperisce, non è considerato.-

Diametralmente opposta al discorso metafisico di Cartesio sulla Res Cogitans c’è la visione degli uomini di Marquez, dove è l’uomo che vive l’amara felicità come prova la propria “materialità”. Il senso dell’amore, del sentimento, dell’abbandono, della nostalgia, del lutto e del riavvicinamento sono, nella letteratura di Marquez, parti dell’esperienza del vivere, nelle loro fortificanti sofferenze; non possono accontentarsi di essere semplici idee pensate dai personaggi.

Ne L’Amore ai tempi del colera, una delle più belle storie d’amore di sempre, il fulmineo sentimento di Florentino Ariza provato per la giovane Fermina, portato avanti a distanza e apparentemente idealizzato a causa della lontananza, si rivela reale e si “realizza” nel loro ricongiungimento dopo “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese”.

Il realismo puro di Marquez si inserisce in questa visione concreta, nella quale è la sola forza dell’esperienza a condurre i suoi personaggi verso la materializzazione della loro immagine della realtà.

Marquez in un’intervista racconta di come avesse immaginato fin da bambino la sua vita dedicata interamente alla scrittura. Quell’immagine Marquez l’ha materializzata vivendola, prima da giornalista, poi diventando uno dei più grandi romanzieri esistiti, “che bisognerebbe tornare a Dickens per ritrovare” (Ian McEwan, BBC).

Cent’anni di solitudine fu definito il romanzo in lingua spagnola secondo solamente al Don Chisciotte di Cervantes.

Gabriel Garcia Marquez è morto lo scorso 17 Aprile, all’età di ottantasette anni, a Città del Messico, dove per tre giorni gli è stato dedicato lutto nazionale.

Prima di diventare straordinario romanziere per cui verrà ricordato, egli fu anche reporter e critico cinematografico, prima a Bogotà poi a Roma e Parigi.

Tornato in America Latina nel ‘59 iniziò a lavorare per Prensa Latina, l’agenzia di stampa di Cuba ideata da Che Guevara in seguito alla Rivoluzione Cubana, e fondata da Jorge Ricardo Masetti e Fidel Castro, col quale strinse un’amicizia soprattutto “intellettuale” che proseguì fino alla sua morte, sebbene con costanti interferenze da parte degli anticastristi.

Si impegnò costantemente per cause umanitarie e per anni ebbe il ruolo di mediatore per la pace in Colombia.

Fu accusato, e respinse le accuse, di essere filo-sovietico, dopo aver incontrato a Mosca Gorbachov; dichiarò di essere simpatizzante del venezuelano Hugo Chavez.

Nel 1966, fu a Roma per esaminare la violazione dei diritti umani in Cile, durante una seduta del Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra (anche chiamato Tribunale Russell-Sartre).

Nel 1982 ricevette il premio Nobel per la letteratura “per i suoi romanzi e racconti, nei quali il fantastico e il realistico sono combinati in un mondo riccamente composto che riflette la vita e i conflitti di un continente”.

About Costanza Fino

Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

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