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Anche le idee sbagliate possono essere belle

Nel 2001 Rem Koolhaas scriveva Junkspace, dando vita ad uno dei testi che maggiormente è riuscito ad influenzare il dibattito architettonico di questi ultimi anni: caratterizzato da uno stile intrigante e spesso cinico, in esso veniva analizzato il nuovo carattere che l’architettura e i paesaggi contemporanei andavano assumendo, dopo aver abbandonato le dimensioni fisiche usuali dalle quali erano stati fino ad allora caratterizzati. Diventava ormai oggetto autonomo e indipendente persino dalla cultura stessa che lo aveva generato.

Il problema delle grandi metropoli, prive di controllo efficace, ma ancor di più di una identità culturale-storica riconoscibile appariva, nelle righe di Koolhaas come il destino naturale per il mondo dell’inizio del ventunesimo secolo. La caratterizzazione figurativa di uno scenario così incerto e pessimista, appartiene però ad un più ampio filone culturale della fine del secolo scorso, che vedeva nell’alienazione dell’individualità la condanna inevitabile del mondo contemporaneo.

Ne La caverna dello scrittore portoghese José Saramago (scritto casualmente nello stesso anno di Junkspace), la fisionomia della città nella quale è ambientato il racconto, appare minacciata dalla presenza di un grande edificio che avanzando lentamente, ogni giorno ne ingloba sempre più parti, fino a far scomparire il limite che lo separa dal tessuto urbano divenendo esso stesso città e paesaggio.

All’interno di questa enigmatica costruzione, la vita degli abitanti si svolge senza ormai considerare ciò che lo circonda; la campagna appare come un panorama lontano nel tempo e relegato ad un ingenuo sentimentalismo. La necessità principale di questo universo autonomo è la propria sopravvivenza, a discapito di ciò che lo circonda.

Il senso di disagio che si percepisce nell’immaginare entrambe queste situazioni non è dissimile da quella che si prova analizzando i modi e le dinamiche con le quali le città sono cresciute nel corso degli ultimi cento anni; a partire, cioè, dal momento in cui cambiarono le abitudini e le aspettative delle persone, da quando le dimensioni delle antiche città non furono più sufficienti a contenere lo sviluppo prima desiderato e poi faticosamente raggiunto. Disagio ancora maggiore se si osserva come la crescita disordinata e caotica appartenga ormai ad ogni metropoli, a prescindere dalla collocazione geografica, a differenza di una prima fase durante la quale solo i Paesi industrializzati avevano conosciuto lo stravolgimento dei sistemi produttivi.

Il vero problema fu allora quello di combinare la velocità del progresso tecnologico alla lenta, fisiologica sedimentazione delle città. Il fascino del progresso ha costituito l’essenza di quel lungo periodo che chiamiamo moderno, durante il quale la fiducia nella tecnologia e nel progresso produsse sicuramente buone idee, ma anche molti fraintendimenti del concetto stesso di sviluppo. Tale modello di espansione divenne presto difficilmente gestibile, sebbene ancora oggi sia sorprendentemente il medesimo approccio culturale che regola il governo del territorio.

In Italia, proprio a seguito del modo moderno di intendere lo sviluppo delle città, non pochi sono stati i danni perpetrati a discapito del paesaggio, oltre che delle città stesse. La difficoltà che oggi proviamo nel leggere l’organizzazione del territorio ne è il risultato, ancora ben lontano da una possibile soluzione. Il consumo di suolo è una realtà della quale dobbiamo prendere coscienza: l’architettura non può pretendere di essere utile se non si considerano anche gli effetti più ampi che essa produce nel suo intorno.

Un aiuto importante nella salvaguardia del territorio è stato dato, sempre in Italia, da Antonio Cederna. Personaggio singolare, archeologo di formazione, esteta e di indole profondamente romantica. Tra le sue conquiste più importanti, oltre al “salvataggio” del centro di Roma da vari progetti di demolizione del centro storico, vi è la conquista del riconoscimento collettivo del valore del grande parco dell’Appia Antica a Roma, oggi il parco archeologico più grande del mondo. Ma l’aspetto interessante per cui nei suoi testi(che ancora oggi stupiscono per la sincero coinvolgimento col quale furono scritti) è l’aver capito quanto l’identificazione del singolo nell’immagine complessa del paesaggio, sia la vera conquista del pensiero contemporaneo. In realtà, si tratta di una riscoperta di simili sentimenti, che per millenni avevano rappresentato il particolare punto di orgoglio di ciascuna comunità.

Ma se in passato, proprio il particolare costituiva il vincolo principale che rendeva impossibile una condivisione più ampia di sentimenti collettivi, nell’epoca post-moderna diventa paradossalmente l’elemento più importante da condividere. Cederna non propone allora un metodo universalmente valido, una panacea che pretenda di risolvere i problemi delle città: ci aiuta invece a capire come nella riscoperta e nella valorizzazione di quello che si è ereditato, risiede la potenziale rinascita dei centri urbani, ognuno con le proprie particolarità e con l’irrinunciabile carattere.

Le parole di Cederna sono rimaste confinate troppo spesso, purtroppo, nei suoi libri. Alcune importanti cause sono state vinte, ma molte altre sono state dimenticate a causa dei sentimenti individualisti che spesso animano chi è chiamato a controllare lo sviluppo delle città. Rileggendole oggi, e guardando al paesaggio che ogni giorno è sempre più compromesso, ci si chiede come non si riesca ancora a farne un monito importante e una guida per la strada da percorrere verso la tutela di quanto abbiamo.

Alessio Agresta – PoliLinea

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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