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Un grande progetto romano costruito in terra straniera

Curioso è come qualcosa che si reputava poco importante nasconda invece un’intricata storia che, improvvisamente e senza preavviso, ne fa un interessante tema di ricerca. Questo è il caso del Santuario di Sant’Ignazio presso Loyola. Si tratta di un grande ed imponente complesso religioso poco distante da San Sebastian, nei Paesi Baschi Spagnoli, un luogo di pellegrinaggio e venerazione, giacché qui, secondo la tradizione, nacque e si convertì, Sant’Ignazio, il fondatore della Compagnia di Gesù, di cui fa parte anche l’odierno papa, Francesco. Tuttavia il santuario, sebbene l’attuale notorietà di uno dei membri dell’ordine che vi risiede, nel corso del tempo è stato spesso dimenticato e relegato ad un ruolo secondario per via della complessa vicenda storico-costruttiva che ha interessato la fabbrica e, più in generale, la Compagnia.

5-cupola basilica copia

La storia comincia nel 1622 quando, alcuni anni dopo la morte del patriarca dell’ordine, questi fu innalzato agli altari. Forte allora divenne tra i confratelli la volontà di erigere un tempio sacro intorno alla così chiamata Santa Casa di Loyola, ritenuta, dopo la chiesa del Gesù di Roma, il loro principale luogo di venerazione. Così, nel 1681, il Padre Generale Giovanni Paolo Oliva incaricò l’architetto Carlo Fontana, allievo di Bernini e figura egemone sul finire del XVII secolo, di progettare un grande complesso religioso che inglobasse l’antica preesistenza. Fontana, dunque, fu uno dei primi che, per necessità di culto, si trovò ad operare come i moderni architettii quali, di fronte agli antichi manufatti, devono cercare di instaurare un dialogo fra questi e l’architettura contemporanea del momento. Le dimensioni della casa, infatti, impedivano il posizionamento all’interno del nuovo edificio sacro come invece si era soliti fare, si pensi ad esempio alle tombe degli apostoli, o alla Casa di Maria, nella Basilica di Loreto, e pertanto era necessario individuare una soluzione ad hoc. Così l’architetto progettò una grande Basilica al lato dell’antico manufatto mentre quest’ultimo fu inglobato all’interno di una delle due ali del collegio così da essere nascosto alla vista esterna e conservato quasi come fosse una reliquia.
Il tema devozionale innerva ed informa tutto il progetto che si configura come un grande impianto simmetrico dominato al centro dall’edificio sacro, una chiesa a impianto centrale dotata di una vera e propria navata anulare, la quale riprende alcuni modi di fare tipici dei Martyria romani, come Santa Costanza, nonché le chiese di pellegrinaggio di carattere devozionale come, ad esempio, Santa Maria della Salute a Venezia, opera di Baldassarre Longhena, eretta pochi anni prima di Loyola in segno di ringraziamento alla Madonna per la liberazione dalla peste. Curioso e particolare è anche l’ampio portico curvilineo tripartito d’accesso alla chiesa riccamente decorato, la cui presenza pare, all’osservatore che si appropinqua al manufatto, quasi come un risarcimento visivo per la sempre maggiore carenza di visibilità della cupola. Un problema simile, peraltro, non è nuovo nella storia dell’architettura; anche a San Pietro a Roma, infatti, a ben pensarci, da lontano si percepisce in tutta la sua centralità, ma da vicino la medesima si perde e la cupola, uno dei suoi caratteri più forti, quasi svanisce. Così forse, senza esagerare, si potrebbe quasi immaginare una volontà, da parte dell’allievo di Bernini, di dare una risposta al medesimo problema percettivo che il Maestro aveva provato a risolvere con la creazione della grande piazza e il colonnato.

6-foto storica santuario abbandonato copia

 Ma non finisce qui. Un altro aspetto sorprendente di  questa chiesa romana che sembra trovarsi nella penisola sbagliata è proprio la ricchissima decorazione che, invece, richiama uno stile tipicamente spagnolo: il churriguerismo. Ci si chiederà dunque che cosa sia questa tendenza e, in poche parole, i Churriguera non furono altro che un importante insieme di artisti legati da un vincolo parentale, la cui arte, estremamente ricca e variegata, si caratterizzò come interprete dell’ultima fase del Barocco spagnolo segnando un trionfo delle forme non strutturali e l’esaltazione degli elementi decorativi. Questo modus operandi  informa tutto il santuario e non può sfuggire a questa ragnatela nemmeno l’altare principale.
Carlo Fontana però, probabilmente, tutto questo né lo aveva previsto, né probabilmente lo avrebbe gradito. La sua tendenza infatti verso la normalizzazione del linguaggio barocco ai fini di una sua più facile trasmissibilità, gli imponeva un rigido richiamo a modelli consolidati, e quindi, in parole povere, un ritorno a un qualcosa di più classico. Tuttavia l’architetto mai visitò il cantiere spagnolo e così la fabbrica, con il passare degli anni, sebbene le continue raccomandazioni da Roma di attenersi al progetto originale, andò assorbendo le influenze locali, diventando un unicum storico-artistico, espressione genuina del contatto fra la cultura barocca romana e l’arte propria della penisola iberica.
La testimonianza più importante di questa commistione di culture diverse è sicuramente la cupola. Questa, semisferica e a doppia calotta, come è tipico della tradizione romana, in origine probabilmente fu immaginata da Fontana in mattoni e priva di decorazione. I maestri de obras spagnoli, però, essendo abili costruttori della pietra e dunque poco abituati all’utilizzo del laterizio, la fecero di pietra e previdero all’interno complesse decorazioni intagliate su ciascun elemento lapideo. Un’operazione quindi complicatissima che i direttori di cantiere affrontarono con  l’utilizzo dello strumento concettuale della stereotomia, una vera e propria scienza proiettiva che consente il corretto taglio delle pietre e che in Spagna, come in Francia, ebbe una grandissima diffusione. Fecero quindi proprio un problema costruttivo che non sapevano affrontare con le tecniche moderne di allora e lo risolsero sfruttando le loro conoscenze locali. Ed è proprio per questo motivo che Loyola si configura come un caso unico nel suo genere, paragonabile solo al monastero-palazzo di San Lorenzo El Escorial, presso Madrid.
La sorte avversa, però, volle che nel 1767 la Compagnia di Gesù fosse espulsa per volontà di re Carlo III Borbone da tutti i suoi domini tra cui, ovviamente, rientrava Loyola, lasciando così incompiuto il santuario che, mancante ancora dell’ala destra, fu prima trasformato in carcere, poi in ospedale da campo, durante le guerre carliste, e infine abbandonato. Solo nel 1888 la tenace volontà dei gesuiti e la generosità degli abitanti del luogo permise la terminazione del grande complesso religioso che subito, una volta completato, si pose al servizio della comunità, diventando però, al contempo, un importante centro devozionale di pellegrinaggio per tutto il Nord della Spagna.

About Iacopo Benincampi

Iacopo Benincampi
sono un architetto e ancora per un po' dottorando in storia dell'architettura. Ad interim aiuto a coordinare Polilinea, sono membro dell'Open House di Roma e collaboro con lo studio Warehouse of Architecture and Research.

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