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Hubert Dreyfus. Dasein e Intelligenza Artificiale.

Hubert Dreyfus

Se qualche settimana fa Giulio Valerio ci ha mostrato come non sia così facile realizzare un’intelligenza artificiale forte, ovvero un sistema in grado di imparare e capace di autocoscienza, in tal sede si vuol fornire una risposta da “filosofi continentali” a tale problema.

Hubert Dreyfus, americano, è professore all’Università di Berkeley. Diede un contributo fondamentale agli studi di filosofia continentale in ambito anglosassone (rendendo la roboante retorica europa comprensibile anche ai cugini di lingua inglese), oltre che importante interprete di Edmund Husserl, Martin Heidegger e di buona parte degli esistenzialisti e post-strutturalisti francesi.

Il suo contributo più importante non si ferma però qui: aldilà della sua ermeneutica piuttosto controversa dei testi heideggeriani, nota scherzosamente come “Dreydegger”, si distinse per la sua attenta analisi della questione dell’IA. Egli paragonò, senza particolari vie di mezzo, nel suo articolo Alchemy and Artificial Intelligence la ricerca sull’intelligenza artificiali all’alchimia: priva di qualsiasi fondamento, quanto il tentativo di trasformare il ferro in oro.

Il presupposto della maggior parte dei programmi di ricerca sull’intelligenza artificiali tentano solitamente di riportare buona parte delle operazioni coscienti dell’essere umano a semplici manipolazioni di simboli formali (in altri termini riportare il funzionamento nervoso a una Macchina di Turing), in modo tale da renderli “computabili” da un sistema informatico sufficientemente potente.

Ora, quel che Dreyfus fece notare durante la sua permanenza al MIT nel 1965 e negli anni successivi della sua carriera, è che non si può trattare la psicologia umana completamente decontestualizzata dal suo esserci nel mondo (nel senso heideggeriano della parola). Le mie azioni, la mia percezione del reale e il modo con cui mi approccio a quest’ultimo dipendono da una serie di fattori non-formalizzabili in maniera simbolica, i quali fanno parte del mio vissuto concreto, umano ed esistenziale. Rifacendosi alla tradizione ermeneutica, Dreyfus critica quel modello di tipo cognitivista, in cui il simbolo può assume un significato anche fuori da una cornice costituita dalla cultura, dall’esistere in una società e dai fatti storici. Ma tale segno in un linguaggio assume il suo ruolo proprio nella serie di interazioni che caratterizzano l’umano con altri suoi simili, in maniera condivisa e secondo le contingenze che hanno portato a interpretarlo in un modo rispetto ad un altro. In poche parole, la fallacia centrale dell’IA risiede nel trattare la coscienza soggettiva come se fosse un oggetto della fisica o della chimica. Tale coscienza si appropria del mondo manipolandolo con vari strumenti, scoprendo di volta in volta cosa possiamo e non possiamo fare con esso e instaurando un rapporto intimo. Difficilmente ciò è riducibile a leggi e strutture matematiche (un caso classico è quello dell’inconscio).

Oltretutto una macchina è priva di intuizione. Qui è necessario introdurre la distinzione fra il knowing that e il knowing how (discussa inizialmente dal filosofo britannico Gilbert Ryle). Il knowing that è la capacità di fermarsi davanti a un problema, mettere sullo stesso piano le possibili soluzioni, scomporre ogni singola soluzione in passi ben precisi e scegliere l’opzione migliore andando per esclusione. Questo genere di abilità non è così difficile da replicare su un computer, ammette Dreyfus. Lo scarto si presenta nel knowing how: quando ci ritroviamo di fronte a un problema, non procediamo per passi o formalizziamo le opzioni disponibili, ma intuiamo direttamente la risposta migliore a quel contesto, senza andare per esclusione. Questo secondo genere di abilità non è nulla di simbolico, né realizzato dai singoli individui. Bensì è un retaggio culturale del nostro mondo-di-vita, che influenza cosa facciamo e il come. Anche se fosse possibile superare le difficoltà di un’elaborazione simbolica di tutto questo, afferma Dreyfus, tali macchine senzienti dovrebbero avere una società con una cultura e un corpo (o qualcosa di simile) per interagire in maniera incarnata con le cose che le circondano.

A causa delle precedenti considerazioni, qualsiasi progetto sull’IA è destinato a fallire. Nonostante all’epoca moltissimi studiosi, tra cui Marvin Minsky (uno dei massimi teorici sull’argomento), non presero sul serio queste critiche, oggi ci ritroviamo riprendere concetti come “enactivismo”, “percezione” e “essere in una situazione” per tentare di riprodurre le dinamiche della coscienza umana. Infatti, il paradigma attuale si sta spostando sempre più velocemente verso le cosiddette reti neurali, riproduzioni sintetiche di cervelli umani; lo stesso Dreyfus ha ammesso che un tale tentativo potrebbe avvicinarsi alle caratteristiche dell’essere umano, anche se la strada è ancora lunga e incerta.

Bibliografia Consigliata
– H. Dreyfus, «Alchemy and Artificial Intelligence», http://www.rand.org/pubs/papers/P3244.html
– H. Dreyfus, What Computers Still Can’t Do, MIT Press, New York 1992.
– H. Dreyfus – S. Dreyfus, «From Socrates to Expert Systems: The Limits and Dangers of Calculative Rationality», http://socrates.berkeley.edu/~hdreyfus/html/paper_socrates.html

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