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Locke, l’assolo di Tom Hardy

Andare a vedere un film per gli attori è raramente una buona idea, ma chiunque sia appassionato di settima arte avrà alcuni volti, per tacere d’altro, a cui non può resistere. Per me uno di questi volti negli ultimi anni è sicuramente stato Tom Hardy, un attore inglese che non ha magari ancora raggiunto i più alti livelli di notorietà, ma che la maggior parte degli spettatori avrà sicuramente presente per i suoi ruoli in alcuni film di Christopher Nolan come Inception o The Dark Knight Rises dove interpreta Bane. La sua parte è solitamente quella di un giovane Brando un po’ palestrato, ma nella sua non lunghissima carriera ha già saputo collezionare un discreto numero di variazioni sul tema e si è saputo tenere in larga parte lontano da marchette eccessive con la possibile eccezione del sospetto ‘Una spia non basta’ a cui però devo ancora concedere il beneficio del dubbio.

È dunque pressochè unicamente per la sua presenza che sono andato qualche giorno fa a guardare Locke, film ancora in sala di cui del resto Hardy rappresenta l’alfa e l’omega. Il faccione barbuto di Tom è infatti l’unico che si può scrutare durante l’intera durata della pellicola, ambientata interamente nell’abitacolo della macchina, appunto, di Ivan Locke, un capocantiere che dovrà fronteggiare un paio di notevoli emergenze armato esclusivamente del fedele viva-voce. Le due emergeze, delineate all’inizio del film, sono la colossale colata di cemento a cui il nostro dovrebbe sovrintendere il giorno successivo, e il parto di una donna conosciuta per una sola notte che gli impedirà di presenziare alla suddetta colata, oltre a provocargli ben prevedibili disguidi familiari.

Il film va avanti per l’intera ma contenuta durata articolandosi tra una telefonata e l’altra con cui Ivan cerca di rattoppare il più possibile i casini in cui si è cacciato, e il fatto che mantenga un discreto ritmo e che non ristagni pressochè mai è probabilmente il più grande complimento che gli si può fare. É però anche l’unico visto che seppure lo scotto pagato per l’auto-limitazione narrativa è relativamente lieve e ben gestito, si fa fatica a capire a quale punto del processo creativo qualcuno abbia pensato “Sì, questa è proprio una buona idea, non facciamolo mai uscire dalla macchina”. Capisco che a volte porsi dei paletti possa portare il narratore a mettere meglio a fuoco alcune idee di fondo su cui volesse particolarmente puntare, e che un’efficace resa visiva può rendere una piccola natura morta degna del più grande degli affreschi, ma in questo caso credo si sia passato un po’ il segno, e pur confermando la complessiva apprezzabilità del risultato, credo si tratti di un caso, forse nemmeno troppo comune, di una cattiva idea ben realizzata.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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