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S. Maria in Vallicella e Oratorio dei Filippini

I due volti dei filippini di Roma

Spesso sarà capitato percorrendo corso Vittorio Emanuele di imbattersi in quello strano insieme di edifici dei padri filippini, formato da due facciate, che poco lascia intendere di cosa si tratti. Il complesso di Santa Maria in Vallicella, conosciuta anche come Chiesa Nuova, infatti è forse uno sistemi religiosi della città di Roma più complessi e particolari, soprattutto in ragione dei numerosi architetti che sono intervenuti nella gestazione della fabbrica

S. Maria in Vallicella e Oratorio dei Filippini
S. Maria in Vallicella e Oratorio dei Filippini

La chiesa è storicamente legata alla figura di San Filippo Neri, “Apostolo di Roma”, canonizzato nel 1622. Era chiamato dal popolo Pippo bbono e aveva fondato la “Confraternita dei Pellegrini e dei Convalescenti” allo scopo di assistere i pellegrini bisognosi che si recavano a Roma, ma si prodigò in modo particolare anche per l’educazione cristiana e il miglioramento delle condizioni di vita dei fanciulli poveri e abbandonati della città, oltre ad un’infinità di altre opere di apostolato e di carità, che posero la sua figura al centro delle vicende religiose e sociali della Roma del tempo. In segno di riconoscimento per l’opera svolta, Papa Gregorio XIII, Ugo Boncompagni, gli fece dono della chiesa di Santa Maria in Vallicella, situata vicino la propria residenza familiare, originariamente chiamata Santa Maria in Puteo albo, a causa di un’antica vera di pozzo, “puteale” appunto, in marmo bianco. Nella chiesa veniva conservata un’immagine, ritenuta miracolosa, della Madonna: si trattava di un affresco trecentesco che, secondo una leggenda locale, colpita con un sasso sanguinò e, per tal motivo, divenne oggetto di culto. La chiesa tergiversava allora in condizioni di forte degrado e questo spinse per la costruzione di un nuovo edificio religioso, che prenderà appunto il nome di Chiesa Nuova. Un grande intervento urbano, peraltro, avrebbe favorito una riqualificazione generale della zona che, per via delle numerose esondazioni del Tevere, era spesso coperta dal fango.

Il progetto fu affidato, inizialmente, a Pietro Bartolini di Città di Castello, ma questi fu ben presto sostituito da Martino Longhi il Vecchio il quale, a sua volta, fu allontanato dal cantiere per permettere l’ingresso di Giacomo della Porta, il principale allievo di Michelangelo. Questi corresse il progetto secondo una nuova impronta che recepiva istanze nuove, le quali andavano oltre i rigidi dettami della Controriforma e già proiettavano verso qualcosa di nuovo, unitario, libero e ritmico: il Barocco. Nella fattispecie vennero aggiunte due navate laterali che trasformavano il rigido impianto a navata unica con cappelle laterali passanti della controriforma, in un sistema più fluido che distingueva però chiaramente i percorsi. Anche la facciata si allinea con queste nuove esigenze espressive anche se, per dovere di cronaca, è giusto precisare che si tratta di un progetto di Fausto Rughesi, sebbene sembri molto simile alla facciata della chiesa del Gesù, progetto questo invece proprio di Della Porta.

Prospetto della Chiesa Nuova di Fausto Rughesi

Un dettaglio curioso è che mentre si procedette allo scavo delle fondamenta della chiesa, fu scoperto anche un lungo muro antico, una “paries” sulla quale si decise di poggiare tutto il fianco della nuova costruzione e da cui trasse peraltro il nome il sesto rione di Roma, Parione, in riferimento appunto alla “grossa parete”.

Allo stesso tempo fu chiesto al Papa che in quella località con la nuova fabbrica fossero eretti anche altri edifici da utilizzare agli scopi della congregazione, tra cui anche un Oratorio. Una rappresentazione in oratorio è, in effetti, una novità propria dei filippini che si distingue dal teatro vero e proprio per l’assenza della scenografia. Un particolare che ancora oggi si può ritrovare in alcuni spettacoli presso gli auditorium.

Paolo Maruscelli si incaricò della costruzione ma il suo progetto, ancora legato a schemi cinquecenteschi, non riusciva più a rispondere alle nuove istanze che già Della Porta aveva dimostrato di percepire. Per questo il cardinale Virgilio Spada, filippino e grande protettore di Francesco Castelli detto il Borromini, decise di chiamare proprio il suo architetto di fiducia perché facesse dei tanti edifici che andavano a comporre il complesso un unico sistema. Borromini, così, immaginò due grandi ali laterali in mattoni faccia-vista che inquadravano la chiesa. Una avrebbe dovuto contenere l’oratorio, l’altra il mausoleo dei Pamphilj, giacché Innoncenzo X, Giovan Battista Pamphilj, risiedendo nella vicina piazza Navona, voleva lì collocare tutte le tombe dei membri illustri della sua famiglia. Questo grande progetto purtroppo però rimase irrealizzato e per questo oggi esiste solo una delle ali e dunque non si capisce bene il perché delle scelte del grande Maestro Barocco. Tuttavia se si fossero costruite entrambe le ali sarebbe stato chiaro il messaggio architettonico: creare un elemento di filtro fra la chiesa, in pietra, e il resto della città, le cui case, non certo tutte nobiliari, erano in mattoni. Questa era l’idea di Borromini che però, è corretto ricordare, già suo zio Carlo Maderno aveva sperimentato nella chiesa di Santa Susanna sulla via Pia, oggi via XX Settembre. L’idea poi di utilizzare un sistema a tre elementi che inquadrano quello centrale permettendone l’esaltazione è un tema tipico del barocco che si ritrova in numerosi e differenti casi: si pensi solo a Sant’Andrea al Quirinale di Bernini, o Santa Maria della Pace di Cortona.

Francesco Castelli detto il Borromini va però oltre. Decide di utilizzare nella facciata in mattoni di nuovo l’idea del trittico sfruttando però un gesto architettonico, un andamento concavo-convesso-concavo, che è suo segno espressivo distintivo che genera grande unitarietà senza frammentare al contempo il discorso compositivo e che avrà un successo incredibile, tant’è che lo si ritroverà nella facciata di San Carlino alle quattro fontane, nel progetto per il prospetto di San Giovanni in Laterano, nel porto di Ripetta e, addirittura, molti anni dopo nella scalinata di Trinità dei Monti.

About Iacopo Benincampi

Iacopo Benincampi
sono un architetto e ancora per un po' dottorando in storia dell'architettura. Ad interim aiuto a coordinare Polilinea, sono membro dell'Open House di Roma e collaboro con lo studio Warehouse of Architecture and Research.

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