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Nomina nuda tenemus

G. Frege

Il titolo dell’articolo di oggi rimanda ad un tema ben preciso. I nomi. Non tuttavia ai nomi comuni, cui il verso che conclude Il nome della rosa di Umberto Eco allude, ma ai nomi propri. In un certo senso l’articolo di oggi vi presente una disputa che, mutatis mutandis, declina in termini moderni il dibattito medievale sugli universali.

Vi presento il problema: se dico Woody Allen mi sto evidentemente riferendo ad un buffo signore newyorkese, di origine ebraica, regista cinematografico. Gottlob Frege, padre della logica moderna, avrebbe detto che “Woody Allen” è il senso di Woody Allen. Il nome proprio in questione ha, infatti, un senso (il modo con cui il nome ci si presenta all’occhio, all’orecchio, al pensiero) ed un riferimento (l’oggetto occhialuto-newyorkese vero e proprio).

L’impostazione fregeana ha però una lacuna: che fare con i nomi propri di individui di fantasia? Che dire di “Ulisse”? Bel problema. Ulisse non esiste, non è mai esistito, eppure l’Odissea ha dato al suo nome una fama millenaria che non possiamo ignorare. A cosa si riferisce “Ulisse”? Ma soprattutto, se costruisco una frase con la parola “Ulisse”, come la valuterò? Mi spiego.

Ulisse sterminò i Proci.

Bene, la frase in questione è vera o falsa? Secondo Frege la verità di una frase è funzione della verità delle parti componenti. Non essendo Ulisse mai esistito, la frase non sarà né vera, né falsa!

La soluzione appena proposta ha però un vizio. Dire che un eneunciato non sia né vero né falso viola uno dei cardini della logica (almeno della logica standard): il principio di bivalenza. Secondo tale principio un enunciato è passibile di essere o vero, o falso, tertium non datur. Il cerchio-bottismo di Frege non convinse i più. Di certo non convinse Bertrand Russell, altro colosso della logica moderna.

B. Russell

Il filosofo inglese trovò un modo brillante per salvare il principio di bivalenza: i nomi sono delle mere descrizioni degli individui, degli espedienti retorici per abbreviare i discorso. “Woody Allen” sarebbe una mera abbreviazione della descrizione completa del buffo signore newyorkese. Il vantaggio di questa impostazione è che risolve il problema di Ulisse. Dire che quest’ultimo sterminò i Proci, presupporrebbe che esista qualche individuo abbreviato dal nome Ulisse che di fatto sterminò i suddetti cattivoni. La frase in esame si trasforma, allora, in:

Esiste un individuo x, tale che x sterminò i Proci.

Ora, è chiaro che un simile oggetto x non sia mai esistito. La frase è dunque falsa. Il principio di bivalenza è salvo.

Russell non è però l’unico filosofo a risolvere il problema. Il suo pupillo, Ludwig Wittgenstein, non fu da meno. Secondo l’autore del Tractatus logico-philosophicus, il linguaggio è un insieme di elementi immediatamente riferibili agli oggetti. Questi elementi sono strutturabili secondo un determinato ordine, al fine di ricalcare pienamente gli stati di fatto che sussistono nel mondo. In altri termini, se le parole ricalcano le cose, le frasi ricalcano i fatti. Le frasi sono formate da parole come i fatti sono formati da cose. Tuttavia, proprio come nel caso di un fatto mancante di ordine, allo stesso modo una frase dove le parole siano sparpagliate (“Proci Ulisse i sterminò”) non ha senso.

Una frase contenente un nome di fantasia, per il filosofo austriaco, semplicemente non è in grado di rappresentare uno stato di fatto. Se poi consideriamo che il mondo altro non è che la somma di tutti gli stati di fatto, allora possiamo raffinare ancora di più la nostra soluzione e dire che una frase contenente un nome di fantasia, semplicemente, è fuori dal mondo.

Un’ultima provocazione: il fatto “Ulisse sterminò i Proci” è fuori da questo mondo, certo. È tuttavia possibile immaginare un mondo alternativo dove così non sia?

Ne parliamo la prossima volta. Nel frattempo, tre testi chiave per chi avesse voglia di sbattersi un po’:

  • Frege, G., Senso e significato (1891) – Venti pagine, ma tosto.
  • Russell, B., I problemi della filosofia (1914) – Caruccio.
  • Wittgenstein, L., Tractatus logico-philosophicus (1922) – Tostissimo.
  • Penco, C., Introduzione alla filosofia del linguaggio (2010) – Una bomba.

 

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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