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Al tramonto del Decostruttivismo: better the detail than the whole?

La Pop Art dichiarava “better the detail than the whole”, meglio il dettaglio che l’insieme, questo perché il particolare è più comprensibile, è più intuibile e permette all’ osservatore di capirci qualcosa, nel parapiglia di un mondo pieno di input comunicativi.
Il dettaglio va di moda, l’”inquadratura quadrata” della regia di Instagram cavalca e segna una tendenza che iniziò decenni e decenni fa: tutto più ridotto, tutto più sintetico .

Mario Schifano, Coca Cola, 1962, Smalto su carta intelaiata

Cos’è che spaventa della lettura integrale, dell’unità, perché questa paura della totalità?
L’arte ed in parte l’architettura appartengono al campo della semiotica, ovvero contengono significato e comunicazione al loro interno. Essendo tali fanno riferimento ad un linguaggio di significati e significanti che le rende interpretabili e non necessariamente comprese. Umberto Eco descrive chiaramente le tre categorie d’interpretazione: la “intentio auctoris” è l’intenzione di chi ha prodotto l’opera, che non necessariamente può coincidere con il risultato dell’opera stessa; nell’ ”intentio operis” risiedono le sue ragioni contestuali, ovvero ciò che l’opera esprime di per sé, indipendentemente da chi la legge o l’ha scritta ed infine la “intentio lectoris” ruota intorno ai sistemi di significazione propri del lettore, con i suoi desideri, le sue pulsioni, le sue credenze del tutto personali.
Jacques Derrida negli anni Settanta ed Ottanta sviluppa scritti teorici e lezioni su quello che sarà la filosofia ispiratrice del movimento architettonico del Decostruttivismo. Il teorico francese incentra la propria critica sul campo dell’ermeneutica, l’interpretazione dei testi, ma le tesi stabilite ottengono riscontri in altri campi umanistici e letterari, compresa l’architettura.
Se infatti vi è un’ analogia tra parole e architettura, così ve n’è tra interpretazione di un testo e l’interpretazione di un manufatto architettonico.
Così semplificando con poca ragion critica le tesi di Derrida arriviamo ad intuire che nella comunicazione, sia essa fatta di parole o edifici, la lettura di un’unica verità non esiste, che ogni interpretazione è a suo modo un fraintendimento, ogni cosa può avere infiniti significati e si può combinare infinitamente, una sorta di intentio lectoris all’ennesima potenza.

“ Per il decostruzionismo il testo è una realtà irrimediabilmente plurale, tutti i tentativi di interpretazione devono essere visti come ricostruzioni inevitabilmente parziali e arbitrarie”
“Diversamente dalle metodologie tradizionali, il decostruzionismo si propone non di stabilire quali siano i significati e il senso globale di un testo letterario ma di metterne in luce quelle contraddizioni concettuali e linguistiche che gli impediscono di emettere un messaggio ‘pieno’ e coerente.”  (Enciclopedia Treccani).

Dove non esiste una realtà unica, di conseguenza non possono esservi gerarchie e dove nulla è verificabile ogni scelta è plausibile.

Coop Himmelblau, Sopraelevazione per uno studio legale, Vienna 1983-88

La ricerca di un dialogo con l’operato passato risulta per le tesi decostruttiviste come un’operazione totalizzante che occulta l’indeterminatezza della realtà. Se nello scorso articolo sui Foundamentals, gli archetipi dell’architettura, abbiamo parlato della Biennale di Venezia del 1980 con il tema del Postmodern e “La Presenza del Passato” così oggi ricordiamo il 1988 e le due mostre importanti di Londra e New York: l’ ”International symposium on deconstruction” alla Tate Gallery, ma soprattutto la “Deconstructivist architecture” al MoMa dove un gruppo di architetti (Ghery, Libeskind, Koolhaas Eisenmann, Hadid e Tschumi) espose una serie di progetti manifestando rifiuto per ogni forma d’interesse al recupero della storia.

Locandine delle due mostre, London, NY, 1988

Le scelte di queste due correnti estendono all’infinito il gioco della significazione, nell’impossibilità di qualsiasi progetto di essere totalizzazione del sapere. Se il Postmodern gioca dall’interno, utilizzando tutti gli stilemi propri della tradizione (archi, colonne, muri ecc.) e forzandoli fino a confonderli l’uno con l’altro con atteggiamento manierista di citazione e contaminazione, così il Decostruttivismo dall’esterno annulla gli stilemi, scardina le gerarchie e sovverte gli argomenti. Se nel Postmodern la finestra si capovolge o si ingigantisce di scala nel Decostruttivismo non esiste più come identità, perché l’ordine gerarchico di struttura e forma non ha più riferimenti tramandati, se non quelli ovvi e necessari della sacrosanta legge di gravità.
Parafrasando Winston Churchill: il decostruttivismo ed il Postmoderrn, come gli inglesi e gli americani, sono divisi dalla stessa lingua.
Il tentativo coraggioso della filosofia decostruttivista è però ormai sulla curva discendente, perché come ogni decisione radicale che sceglie di perdere i riferimenti e scomporre i sistemi, se non si oppone un sistema di riferimento diverso si rischia i rimanere in balia di una deriva guidata unicamente da quel che si pone facilmente a capo di tutto: la moda ed il mercato.
L’atteggiamento quindi forse esageratamente paranoico di voler controllare tutto in un mondo dove tutto è troppo, porta ad una consapevole impossibilità di scelta ed una conseguente rassegnazione al dialogo.
Decostruttivisti intesi come animi rassegnati? La Pop Art saprebbe come consolarli.

About Isabella Zaccagnini

Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

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