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David Maler Armstrong

David Malet Armstrong. Un memoriale dell’Australian Way

«La mia speranza è che i filosofi dalle inclinazioni realiste saranno immediatamente attratti dall’idea che una verità, una qualsiasi verità, debba dipendere […] da qualcosa di “esterno” ad essa, in virtù di cui essa è vera». Truth and Truthmakers (2004).

David Malet Armstrong

Il 13 Maggio 2014 ci ha lasciato forse uno degli ultimi metafisici del novecento: David Malet Armstrong, nato a Melbourne nel 1926; l’australiano che rilanciò durante gli anni ’60-’70 gli studi di ontologia e metafisica nell’ambiente della filosofia analitica. Oltre che padre di quello stile di fare filosofia nel continente dei canguri, spesso radicale nelle sue posizioni di fondo, chiamato per l’appunto “Australian Way”. Forse si può capire maggiormente il contributo del suo pensiero contestualizzando storicamente, in questo breve memoriale, la situazione accademica del tempo. Influenzando successivamente filosofi come lo stravagante David K. Lewis.

Verso la seconda metà del Novecento, sia nell’ambiente europeo della filosofia continentale sia tra i filosofi di tradizione analitica in Inghilterra e Stati Uniti, la metafisica intesa nella sua forma più classica di solida indagine della realtà era messa fortemente in crisi: pensiero linguistico, post-modernismo e così via misero in discussione la valenza epistemologica di tale branca del filosofare. Ecco, in assoluta controtendenza e provocatoriamente Armstrong rilanciò invece lo studio della metafisica e dell’ontologia classica. Riprese per l’appunto problemi come gli universali, la sostanza, l’empirismo e così via, rileggendoli in maniera originale ed equilibrata. Riportò sostanzialmente studi al tempo considerati obsoleti, alla ribalta della scena filosofica internazionale.

È difficile riassumere qui tutti i contributi forniti alla filosofia nel corso della sua carriera, in metafisica e non solo: anche in campi come la logica, l’epistemologia e la filosofia della mente. Più che altro si cercherà qui di delineare il nocciolo e lo spirito che guidò la sua ricerca intellettuale.

Innanzitutto, il suo fu un realismo scientifico. In che senso? Che fece notare l’estrema importanza che la questione degli universali ricopre per le scienze empiriche: infatti in cosa consiste una legge scientifica, se non in una connessione nomologica fra universali? In fondo, egli ammetteva, l’indagine della filosofia e quello della scienza riguarda lo stesso ambito: il mondo spazio-temporale. Su questo punto fu sempre molto chiaro: «Accettare il naturalismo è rigettare entità come le menti cartesiane, gli spazi visuali e tattili privati, gli angeli e Dio» (Universals and Scientific Realism).
Quello che effettivamente rende vere le nostre teorie non sono semplici fatti linguistici, bensì uno stato di cose dato dall’unione fra appunto l’universale e il particolare manifestato di quell’entità universale. Tale congiunzione rappresenterebbe un fatto e il fatto è il truthmaker di una teoria (o di un singolo enunciato): ciò che permette di predicare “l’essere vero”.

Per tale ragione si scagliò sempre contro qualsiasi forma di nominalismo: ovvero, che le proprietà che predichiamo di oggetti siano semplici classi a nostro uso e consumo, non istanziate dalle singole entità. Una proprietà o un oggetto appartengono a una classe in quanto sono quella precisa proprietà o cosa. Se riducessimo tutto questo a nostre semplice applicazioni di categorie al reale, allora non ci sarebbero strumenti epistemici per distinguere ontologicamente cose come “l’acqua” o “l’essere rosso”.

Per Armstrong il realismo non fu una semplice posizione teorica rispetto a un’altra; ma un vero e proprio approccio alla realtà e a tutte le cose che esso contiene, affermando sempre la possibilità di dire qualcosa di veramente significativo sul mondo. Senza complessi d’inferiorità rispetto al campo delle scienze e in controtendenza al mainstream filosofico odierno.

Ma la lezione probabilmente più importante che ci ha lasciato con il suo impressionante lavoro non sono tanto le sue riflessioni, che riescono a unire le semplici intuizioni del senso comune a un’analisi serrata e puntuale, quanto la sua grande onestà intellettuale: non è difficile trovare parole come «non sono sicuro», «probabilmente» e «dovrò riflettere ancora» nei suoi scritti. Un pensatore che ci ha insegnato che la filosofia non è un seguire le mode, quanto affermare senza peli sulla lingua, rigore concettuale e semplicità una ricerca della verità sempre attuale. Perché no, anche con un umiltà di fondo. Che le grandi questioni non vanno mai fuori moda.

“Lo scontro delle idee provoca scintille di verità”, come affermò un proverbio australiano.

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