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Piketty e la sfida del XXI secolo: uno spettro si aggira per il mondo globale?

Sei anni dopo il fallimento di Lehman Brothers, l’incubo di un crollo dell’economia a livello mondiale sembra essere passato e, almeno negli Stati Uniti e in buona parte del mondo occidentale, gli indicatori macroeconomici annunciano la fine della crisi. Risulta però difficile spiegare in un quadro così roseo lo strabiliante successo editoriale di un voluminoso saggio di economia, in grado per settimane di rivaleggiare con le vendite dei best-seller nelle classifiche di Amazon. Il Capitale nel XXI secolo dell’economista francese Thomas Piketty è infatti riuscito, nonostante l’evidente ispirazione marxista, a scatenare numerosi dibattiti anche al di fuori del mondo accademico, grazie alla sua analisi rigorosa delle ineguaglianze crescenti nella società contemporanea e delle contraddizioni del sistema capitalista. Nonostante la critiche ricevute dall’autore in merito alle analisi economiche, alle previsioni azzardate e alle politiche proposte per combattere l’emergere delle ineguaglianze, nemmeno i liberisti più convinti hanno negato a Piketty il merito di aver condotto un incredibile lavoro di documentazione a supporto delle proprie tesi, e sono in molti ad avere apprezzato il suo stile lontano dai tecnicismi del settore. Grazie anche alle citazioni letterarie, da Jane Austen a Balzac, piuttosto insolite per uno studio economico, il tomo di 577 pagine di Piketty è riuscito ad affermarsi al grande pubblico come un’opera accessibile e convincente. Ma le cause del suo successo non risiedono ovviamente solo nell’abilità dell’autore.

L’attenzione che questa opera ha attirato ricorda quella di un altro best-seller, scritto alla fine degli ’90 da Mary Kaldor. Con il suo Guerre vecchie e guerre nuove, la studiosa americana per prima aveva cercato di descrivere organicamente il mutamento radicale che la guerra e i suoi metodi avevano vissuto a partire dalla fine della Guerra Fredda. Il Capitale nel XXI secolo allo stesso modo affronta un fenomeno che la crisi del 2008 ha rivelato alle classi medie in tutta la sua brutalità: l’aumento della diseguaglianza. Non è certo un caso che il nuovo Capitale abbia riscosso gran parte del proprio successo negli Stati Uniti. La nazione nata alla fine del XVIII secolo per affermare l’uguaglianza dei propri cittadini oltre le divisioni sociali nella “ricerca della felicità” si classifica all’alba del XXI secolo come uno dei paesi occidentali più colpiti dalla diseguaglianza di reddito. E’ di qualche mese fa l’annuncio del New York Times sulla fine del sogno americano e l’inizio del sogno canadese: secondo recenti stime, la classe media canadese è infatti più ricca di quell’americana e ha una durata media della vita più lunga, grazie anche ad un migliore accesso alla sanità e all’educazione primaria. Quella statunitense sembra essere una società sempre meno aperta alla mobilità sociale ed alle pari opportunità. In questo senso Nicholas Kristof, sottolineando il mutamento radicale dal periodo 1945-1973, in cui le classi medie dei paesi occidentali avevano visto un costante aumento della qualità della vita, parla apertamente di un ritorno al feudalesimo, ovvero ad una società in cui “il futuro è già determinato alla nascita”. E non è un caso nemmeno che molti economisti in questi anni abbiano iniziato a mettere in discussione il dogma economico statunitense degli ultimi 30 anni, il principio della trickle-down economics.

In questa teoria, difesa da Ronald Reagan e da molti dei suoi successori alla Casa Bianca, la ricchezza veniva vista come un’onda crescente, che facendo salire la barca del ricco faceva lo stesso con quella del povero. La realtà economica si è mostrata molto meno favorevole alla classe media negli ultimi decenni. La paga di un amministratore delegato, di 100 volte superiore alla media nazionale nei primi anni ‘90, si è quadruplicata negli ultimi decenni. Inoltre uno sguardo sulla ripresa economica statunitense a seguito della crisi ci conferma come la ricchezza prodotta non sia stata distribuita uniformemente: la crescita dei guadagni del 298,2% per il settore finanziario ha comportato per l’intera nazione un misero aumento del 4,3%. I crescenti problemi di redistribuzione del reddito non sembrano però essere causati negli Stati Uniti dal sistema fiscale, che impone tasse limitatamente progressive sul reddito. Ciò che incide sull’aumento della diseguaglianza non è nemmeno il tasso di evasione fiscale dei grandi capitali: il problema principale sembra essere infatti costituito dalle scappatoie fiscali disponibili senza infrangere nessuna legge. L’accresciuta mobilità dei capitali, colonna portante del processo di globalizzazione, permette infatti a questi ultimi lo sfruttamento di numerosi paradisi fiscali, aperti al segreto bancario e al riciclaggio.

Come uscire dalla spirale di diseguaglianza? Una soluzione proposta da Piketty per affrontare il problema sarebbe, oltre ad un’improbabile tassazione uniforme a livello mondiale sui capitali, l’utilizzo di sanzioni e di pressione diplomatica sui paradisi fiscali per favorire l’adozione di legislazioni e pratiche più consone a quelle degli altri paesi, che si stanno rivelando efficaci nel caso della Svizzera. Numerosi consensi vengono raccolti anche dalle proposte per una maggiore regolazione e tassazione delle attività finanziarie, principalmente responsabili per gli effetti disastrosi della crisi a livello globale. Oltre a ciò, appare necessario il ritorno ad un maggiore intervento statale per potenziare l’istruzione, la diffusione di corsi di aggiornamento per lavoratori disoccupati e le agevolazioni fiscali per le aziende ed i settori che creano posti di lavoro, come quello energetico. La politica non rimane chiaramente insensibile alle richieste pressanti di una parte sempre più rilevante dell’elettorato. Obama, dopo i successi nel primo mandato sulla difesa della storica riforma sanitaria dal filibustering repubblicano e a seguito delle recenti disavventure in politica estera, ha deciso di impegnare sempre più la sua amministrazione nella lotta alle diseguaglianze interne. Definendo in un discorso dello scorso dicembre l’ineguaglianza ‘la sfida decisiva del nostro tempo’, il Presidente americano ha voluto sottolineare ancora di più il suo sostegno all’aumento della soglia minima di salario e al miglioramento delle condizioni di lavoro come punti chiave della ripresa economica americana. 

I critici delle disuguaglianze dimenticano però un dettaglio: il sogno americano promesso da Roosevelt, ormai una chimera per le classi medie dei paesi sviluppati, rimane aperto per molte altre persone. Gli Stati Uniti rimangono infatti il primo centro di attrazione per gli studenti, i ricercatori e gli imprenditori di tutto il mondo, quasi. Giovani cinesi, indiani e sudamericani trovano nel mondo accademico americano il grado di competitività adatto per affermare le proprie qualità. E tali qualità vengono ricompensate lautamente, con paghe milionarie che vengono criticate da Piketty e da altri economisti ma che permettono al mercato americano di continuare a rappresentare la Mecca dei lavoratori altamente qualificati. E le tendenze degli ultimi anni ci confermano come non vengano attirati solo lavoratori e studenti dai paesi in via di sviluppo, ma anche da quei paesi europei, come l’Italia, gravati a livello interno dal costo oneroso di un welfare pressoché assente negli Stati Uniti.

Per concludere, il dibattito sull’economia globale e sulle diseguaglianze sembra particolarmente complesso. Il pregio di opere come quella Piketty non sta tanto nel proporre ricette universali, ma nel porre domande stimolanti. La speranza è che il Capitale sia l’inizio di un dibattito che ci aiuti a comprendere meglio il mondo in cui viviamo ed i suoi sviluppi futuri.

About Francesco Tamburini

Francesco Tamburini
Nato a Cesena, studente di lingue straniere a Venezia e di relazioni internazionali a Roma, irretito dallo studio della storia e attualmente impegnato in una relazione complessa con la Russia.

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