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Seriedipendenza

Mi sento di parlare a nome di un considerevole numero di miei coetanei (e non) quando dico che, oggigiorno, le tv series stanno spopolando in maniera a dir poco pandemica. Restio e scettico, amante del cinema e della pellicola, di quella polvere stantia che si ammassa sulle poltrone dei vecchi cinema, ero anche io tra le fila di quel pubblico che snobbava questa nuova tecnica cinematografica. D’altronde, chi non preferirebbe un ottimo thriller di Scorsese, o piuttosto un tarantiniano splatter, alla brevità di una puntata a caso di qualche fiction americana? Ora, sinceramente, posso rispondere: io. La mia prima esperienza risale ai tempi del celeberrimo Dawson’s Creek, il quale, checché se ne dica, ha segnato l’adolescenza dei migliori studenti scansafatiche, vittime del pranzo post-scuola, amanti del piumino after lunch e poco inclini a cambiare canale dopo il quotidiano appuntamento con Dragon Ball. Lo stesso, per quanto con le dovute riserve, dovrebbe dirsi di tanti altri: The O.C., Malcolm, Scrubs, La vita secondo Jim e vai col tango. Oggi, tuttavia, questo fenomeno non è più sintomo di scelte tele-imposte, quanto più di consapevolezza e dipendenza. Sì, per me è una vera droga. Costretto dalle mura domestiche, dal mio percorso universitario e chi più ne ha più ne metta, quella di attaccarmi periodicamente allo schermo del mio portatile e guardare queste nuove serie è stata un’abitudine frutto di una scelta. Una scelta, dettata da perpetui consigli, finalizzata a migliorare il mio inglese, non potendo interloquire in altra maniera con anglofoni (forse imbucarmi agli erasmus party avrebbe sortito risultati migliori). Già, dicono tutti così, ma in parte è vero. Ed eccomi qui, sottotitoli alla mano, trasformato in un degno adepto di HBO & Co.

Potrei parlarvi per ore di Breaking Bad, Game of Thrones, The Big Bang Theory, Revolution, Sherlock, The Musketeers, American Horror Story, e di quanto il mio inglese non sia migliorato di una virgola. No scherzo, qualcosa sono riuscito, volente o nolente, ad acquisirlo. Ma ciò che realmente sono qui per dirvi è che queste serie hanno rivoluzionato il modo di approcciarsi alla macchina da presa. Alcuni le considerano le antagoniste della vera pellicola, ma io, col tempo, ho imparato ad apprezzarle.

Perché funzionano? Questo nuovo modo di imporsi al pubblico, quella suspance tipica del fine puntata, figlia dell’insieme di intricati eventi che puntualmente non trovano mai soluzione prima della schermata nera accompagnata dai titoli di coda, sono la chiave di volta del successo di queste serie. «Perché ora!?!?», più un insieme di insulti che vanno dalla miscredenza all’eresia, sono un classico del serie-tv-aro accanito. Anzi, i più esperti arrivano anche a gesti inconsulti (vedi gli ex-fan, tuttora in cerca della verità, di Lost). Non molti lo ricordano, ma Obama, nel 2009, fu “costretto” a rinviare il discorso alla nazione per via della messa in onda della prima puntata dell’ultima stagione della suddetta serie, temendo di inimicarsi 16 milioni di persone. Questa storia me la ripeto ogniqualvolta, smanioso di vedere ancora un’ultima puntata, mi ritrovo sveglio alle 4:35 di mattina e con la sveglia di lì a poco. Poi volete mettere la comodità di casa rispetto alle intemperie di un mercoledì sera (n.d.r. un intervistato su due conferma che il terzo giorno della settimana piove giù l’inferno sempre e comunque) di un gelido Febbraio, in cui, guarda caso (costa di meno), vi invitano ad aggiungervi al gruppo cinema?

Passando a considerazioni sicuramente più corroborate e fattuali, le nostre serie si dividono in numerosi generi: dalla classica sit-com, il cui massimo esponente per me rimane Willy, Il Principe di Bel Air, ai nuovi generi crime, come il già citato Breaking Bad e il famosissimo Dexter. Oramai l’evenienza di non assaggiare, anche per caso, una di queste serie (non imbattermi in CSI e compagnia cantante è tuttoggi una sfida tra me e il palinsesto serale dei non cablati) è diventata improbabile. Ce le propongono dappertutto, tanto che lo stesso Murdoch si è appena inventato un nuovo canale per propinarcele a ogni piè sospinto. Il fenomeno della “prima puntata” tocca tutti prima o poi, ed è una trappola contagiosa alla quale risulta difficile sfuggire.

Giunti qui, alla fine di questa sorta di apologia del neo-cinema da cucina dell’italiano (e non) medio, il problema che si pone è uno soltanto. Ricordate la sempreverde frase «ci vediamo un film a casa mia?», compagna delle migliori avventure passionali e complice dei peggiori rimorchiatori? Pensate che funzionerebbe con la supplenza di «una puntata di True Blood»? Insomma, cari e vecchi film, non vi abbandoneremo mai.

Per tutto il resto c’è lo streaming, ops.

Lorenzo Grillo

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