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Jeff Buckley: nel nome del padre

Prima che mi innamorassi follemente di Tim Buckley, come ogni adolescente che si rispetti ero completamente preso da un altro Buckley, per la precisione il figlio di Tim, Jeff. Conobbe il padre solo qualche settimana prima della sua tragica morte a 28 anni, per un overdose causata da un abuso di eroina e alcool.

Chi è che non ha mai ascoltato “Grace”, disco iconico del pop-rock anni ’90? Chi non è mai rimasto in silenzio ascoltando la sua versione di “Hallelujah”, colma di una spiritualità quasi disperata?

La sua voce splendida, sempre ad un passo dalla disperazione e dalla rottura è come fosse una rappresentazione della sorte sfortunata che ha contraddistinto la sua brevissima vita, in un parallelo quasi inquietante con la carriera e la vita sfortunata del padre.

E’ proprio in occasione di un concerto in memoria di Tim che Jeff si fa notare con una magnifica performance di una serie di pezzi del padre: “I Never Asked to be your Mountain”, “Sefronia – The King’s Chain”, “Phantasmagoria in Two” e “Once I was”. Era il 1991 e il giovanissimo Jeff era accompagnato alla chitarra dall’amico Gary Lucas, che lo seguirà negli inizi della sua carriera. Cominciò a esibirsi in diversi locali di New York, in particolare il Sin-è, dove verrà registrato il suo primo lavoro “Live at Sin-è”, contenente due inediti che finiranno sullo storico “Grace”“Mojo Pin” e “Eternal Life” – e due cover: “Je n’en connais pas la fin”, e la fantastica versione di “The Way Young Lovers Do” di Van Morrison.

Un anno dopo esce “Grace”, album che cristallizza per sempre l’incredibile talento di Jeff, e che dopo la sua morte lo porterà nella leggenda. Il disco riesce a sintetizzare le influenze provenienti degli anni ’60 e ’70, ed è fortissima la presenza del padre, di Bob Dylan, Van Morrison, Nina Simone, Billie Holiday insieme alle influenze gospel che si incrociano e sfociano in una religiosità disperata. E’ incredibile come questo disco riletto alla luce della (involontaria) morte di Jeff dopo un tuffo nel Mississipi suoni come un testamento artistico.

Il suo stile fragile e disperato si può cogliere anche nelle solite uscite postume, in particolare nella raccolta dal vivo Mistery White Boy, che raccoglie performance dell’artista fra il ’95 e il ’96 e che si chiude con una memorabile versione di “Hallelujah” che sfocia sul finale in una cover del capolavoro degli Smiths “I Know it’s Over”.

Decisamente meno importante è “Sketches for My Sweetheart the Drunk”, disco in studio uscito postumo che vede come produttore il grande Tom Verlain dei Television. Questo altro non è che un’accozzaglia di demo che compongono un doppio album senza né capo né coda, il quale non credo possa rispecchiare in alcun modo la volontà dell’artista. La solita vecchia storia dei dischi postumi, tentativo di lucrare fino all’ultimo sulla morte di un artista.

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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