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La peggiore tragedia nella storia del Brasile è una partita di pallone

«Solo tre persone sono riuscite a zittire il Maracanã: Frank Sinatra, il Papa ed io»

A.E.G.

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Alcides Edgardo Ghiggia, l’ala destra dell’Uruguay

E’ il 16 luglio del 1950, è il 79′, Pérez serve palla. Lo scatto sulla fascia destra, lo stop in velocità che prende in controtempo l’ultimo difensore, un tiro. La palla rimbalza, sfiora il primo palo e s’insacca. E’ goal, è silenzio. Il silenzio di duecentomila bocche aperte che copre ogni timida, scalmanata, inaspettata esultanza. Alcides Ghiggia, un oriundo italiano tra le fila dell’Uruguay ha segnato. E’ vantaggio. E’ vittoria, è la straziante delusione di una nazione intera, l’altra, una nazione come scrive Galeano dove “in alcuni paesi e villaggi non hanno una chiesa, ma dove non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio”, il Brasile; che ha l’impressione di non essere in grado di deglutire un respiro per diversi minuti, forse per anni. Qualcuno si buttò giù dagli spalti, non resse il colpo di doverlo raccontare.

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La storia del Maracanã rimarrà condizionata per sempre da questo fantasma, da questa tragedia, il “Maracanazo“. Una storia tragi-comica se si pensa che sono stati contati 34 suicidi e 56 decessi per arresto cardiaco al triplice fischio della finale di un mondiale di calcio. E qui, dopo i fatti giunge inesorabile la riflessione. Se io, che da compiaciuto non tifoso di calcio adoro citare fin troppo spesso le parole di uno dei miei preferiti nei riguardi dei miei  fanatici connazionali, sir Winston Churchill: “Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio, e le partite di calcio come fossero guerre” ( certo lo scorso sabato non ci siamo dovuti porre il problema… ), non so bene come pormi di fronte a reazioni tanto paradossali di certi individui di fronte ad una manifestazione sportiva che riprendeva dopo l’interruzione causata da un conflitto mondiale (gli ultimi mondiali si erano tenuti del 1938) e riportava nel mondo coesione, senso di libertà e sport ad altissimi livelli. Quel dopo partita fu sconcertante: l’inno dell’Uruguay non venne suonato poiché nessuno ne aveva procurato gli spartiti dati pronostici “certi”, la guardia d’onore si rifiutò di sfilare per i veri vincitori, il presidente della FIFA J. Rimet, consegnando la coppa non spese nessuna parola o discorso di congratulazioni per i neo campioni del Mondo, il Brasile istituì 3 giornate di lutto nazionale, la divisa bianca dal collo celeste adottata dalla squadra venne abolita e modificata in altri colori fino al ’54 quando fu introdotta quella tuttora in auge con colori nazionali verde e oro. Chi ha vissuto quel giorno di 64 anni fa ancora lo racconta con sofferenza, una sofferenza così solenne da confondersi con quella che nel resto del mondo accompagnava il dopoguerra e la ricostruzione. La stampa il giorno a seguire titolò “Nossa Hiroshima – La nostra Hiroshima” o meno verosimilmente e lungimirantemente “A pior tragédia na história do Brasil – La peggiore tragedia nella storia del Brasile”. Questo è quanto, e speriamo che nessuno la prenda così male quest’anno. In fondo è solo un gioco. C’è chi direbbe al posto mio: “Il più bello del Mondo”.

Moacir Barbosa Nascimento, il portiere battuto del Brasile

 

About Davide Bartoccini

Davide Bartoccini
Aspirante giornalista, scrittore e acclamato mondano. La mia massima aspirazione è quella di conoscere la verità e l'essenza di tutto ciò che mi circonda, del resto "VI VERI UNIVERSUM VIVUS VICI". Mi interesso di attualità, storia, moda, costume e sociologia. Amo la letteratura, il cinema, viaggiare, la fotografia, il whisky invecchiato e l'alta sartoria. Credo fermamente nel pensiero di Bukowski: "La gente è il più grande spettacolo del mondo, e non si paga il biglietto."

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