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Come fare a sentirsi europei se non ci sentiamo ancora italiani?

La famosa frase «Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani» è stata spesso attribuita al politico e scrittore Massimo D’Azeglio. In realtà nei Miei Ricordi pubblicati nel 1867 (un anno dopo la sua scomparsa) D’Azeglio aveva espresso un sentimento ben più pessimista: «Purtroppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli Italiani». Il senso di questa frase dovrebbe far riflettere molto anche oggi. Non solo perché in più di 150 anni di unità non siamo riusciti, in quanto italiani, a costruire un sentimento di coscienza civile e di identità nazionale. Ai tempi dell’Unità, non si riuscì a creare una vera nazione italiana ma solo uno stato italiano. Uno stato che in molte zone (non solo del meridione) ha ripetutamente abdicato a quelle che dovevano essere le proprie responsabilità.

La questione del Mezzogiorno ha avuto indubbiamente il suo peso. L’unità “forzata” del sud Italia è stato un processo violento e drammatico che molti grattacapi creò sin da subito, come dimostrano gli appunti di Luigi Carlo Farini, il luogotenente generale delle province napoletane che dopo essere arrivato a Napoli scrisse a Cavour:

«Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e la Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Africa: i beduini a riscontro di questi caffoni, son fior di virtù civile».

I piemontesi poco o nulla sapevano di quelle che erano le condizioni di vita nel Regno delle Due Sicilie e solo quando si trattò di unificare un paese da secoli diviso dalle occupazioni straniere ci si rese realmente conto di quelle che sarebbero state le difficoltà. Problemi come quelli del brigantaggio e dell’elevatissimo tasso di analfabetismo (per la verità, non solo confinato al sud) costituirono da subito difficoltà enormi al processo di unificazione del popolo, tanto per cominciare dal punto di vista linguistico. Secondo Emanuele Felice, autore di Perché il sud è rimasto indietro (Il Mulino, 2013), l’Unità d’Italia «non ha migliorato le cose ma per certi versi le ha peggiorate» e da subito fu commesso l’errore – tra gli altri –  di aver deciso che «il finanziamento della scuola pubblica dovesse darsi su base locale, così durò fino al 1911 e rallentò la diffusione dell’istruzione al Sud» oltre al fatto «di non aver voluto sconfiggere le mafie, perché parte integrante di un compromesso di potere fa le classi dirigenti del Sud e quelle nazionali; l’avere inquinato, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta, l’azione della Cassa per il Mezzogiorno con il clientelismo politico».

Partendo dalla questione meridionale, il problema di fondo sembra essere il seguente: nel 2014 l’Italia può considerarsi un paese davvero unito? Ci sentiamo italiani tutti i giorni oppure solo davanti alle partite della Nazionale? La domanda, provocatoria sino a un certo punto, vuole essere uno spunto di riflessione su alcune questioni.

La prima: il fatto che, a prescindere dalle opinioni politiche personali, in Italia si sia formato alla fine degli anni ‘80 un partito – la Lega – che puntava (e punta) alla scissione del Nord dal resto d’Italia. Un partito che è riuscito ad avere percentuali di consenso elevate e che più di una volta si è dimostrato decisivo per la vittoria elettorale della propria coalizione. Da non dimenticare, inoltre, che poco più di due mesi fa si è tenuto un referendum sull’indipendenza del Veneto che, seppur sbeffeggiato da più parti e con risultati non ufficiali (l’89% avrebbe detto sì all’indipendenza, ma i risultati non sono verificabili), non deve essere sottovalutato. Come ha scritto Ilvo Diamanti «Bisogna, dunque, prendere sul serio il segnale che proviene dal referendum. Al di là delle misure — ipotetiche — della partecipazione e del consenso dichiarate dagli organizzatori, la rivendicazione autonomista appare fondata e largamente maggioritaria». Insomma, limitarsi a ridere davanti ai servizi del pur divertente Enrico Lucci rischia di essere la ricetta sbagliata, se si vuole comprendere sino in fondo i sentimenti di chi – legittimamente o meno – non vuole più sentirsi rappresentato dallo stato italiano.

La seconda: il sempre crescente malcontento della popolazione verso le istituzioni e la classe politica. Un sentimento di rigetto che certamente non è circoscritto solo all’Italia ma che ha qui radici molto solide, anche perché certamente favorito da un bassissimo tasso di etica e moralità all’interno della nostra classe politica. Se si pensa al sempre crescente astensionismo/menefreghismo di oggi, fa impressione pensare che l’Italia sia lo stesso paese che qualche decennio fa si distingueva per l’enorme partecipazione degli italiani alla vita politica. Così come fa impressione pensare che a poco più di 20 anni da Tangentopoli – una stagione dalla quale non abbiamo tratto alcun insegnamento, anzi – il fenomeno delle mazzette sia radicato anche più di prima nella nostra società. Scrive giustamente Gian Antonio Stella:« L’Expo 2015, i restauri a Pompei, il G8 alla Maddalena e poi all’Aquila, i primi interventi e poi la ricostruzione in Abruzzo, i Mondiali di nuoto, il Mose… Non c’è Grande Evento, da anni, che non sia infettato dalla corruzione. E dopo ogni arresto, lagne su lagne. E tutti a chiedersi come sia possibile, come mai non cambi mai niente, perché proprio qui e bla bla bla… Poi, passata la tempesta di sabbia, appena si posa la polvere, le leggi che parevano ur-gen-tis-si-me vengono rinviate dal lunedì al martedì, poi alla settimana dopo, poi al mese seguente, poi all’autunno e da lì all’estate successiva…[…]  E tutti soldi pubblici. Sia chiaro. Tutti soldi privatamente gestiti come in una combriccola di società private ma tirati fuori dalle tasche degli italiani.» Come a dire: scandali su scandali da un po’ tutte le parti ma alla fine non cambia mai niente. E a spese nostre, oltretutto. La politica non è solo questa e – al parer di chi scrive –  i politici non sono tutti ladri e corrotti. Ma andarlo a spiegare ad una popolazione sempre più provata dalle ricette (ricette?) dell’austerity, strangolata da una tassazione tra le più alte d’Europa e una disoccupazione sempre crescente è oggettivamente problematico. In questo scenario è sin troppo facile capire perché gli italiani si riconoscono sempre meno nelle istituzioni e sempre più attorno al singolo leader che si spera ci tiri fuori dalla palude.

Le-Pen-FarageLa terza: l’Europa. Un’Europa che esce profondamente cambiata dalle elezioni appena svoltesi. Le affermazioni (peraltro annunciate) del Front National in Francia e dell’UKIP in Regno Unito, unite ad un’ondata euroscettica che ha pervaso molti altri stati europei, mette in seria discussione l’assetto che sino ad ora l’UE si era data per far fronte alla crisi. Anche qui, limitarsi a criticare e a bollare come “la vittoria dei populismi” l’affermazione di queste formazioni sarebbe come voler nascondere la testa sotto la sabbia. Perché di segnali ce ne erano stati sin troppi e trincerarsi dietro le definizioni non risolve i problemi.  In Italia l’exploit del PD apparentemente sembrerebbe dire che la maggioranza del paese (o almeno di chi ancora vota) sia a favore di una linea europeista, maggiormente progressista, ma pur sempre europeista. Il punto però sembra un altro. Quanto ci sentiamo davvero europei – non europeisti, proprio europei – in Europa? E in Italia? Sembra difficile credere che un paese che è tuttora pervaso da spinte autonomiste che mirano al disconoscimento dell’identità nazionale sia invece pronto ad accogliere con favore la cittadinanza europea. Anche perché, a prescindere dalle posizioni filo o anti europeiste che si possono avere, una cosa è certa: in Italia l’Europa e le istituzioni europee sono spesso raccontate male da molti dei nostri organi di informazione. Come pretendere poi che i cittadini inizino a sentirsi “fortemente europei” se le istituzioni europee non sono (in molti casi) diretta espressione del voto degli stessi cittadini? Certo, la crisi e – ancor più – i rimedi (rimedi?) adottati contro quest’ultima hanno fatto il resto e hanno scalfito quella che all’inizio sembrava un’”eurofilia acritica”, ossia un entusiasmo sin troppo accondiscendente verso tutto ciò che “mamma Europa” decideva. Ora siamo arrivati al punto inverso, ossia tutto ciò che “l’Europa ci chiede” è visto come favori alle banche, malaffare, restrizioni della sovranità nazionale. Certo, la politica economica e gli effetti di essa sono difficilmente non contestabili. Ma forse con un po’ più di onestà intellettuale dovremmo riconoscere che sono stati i nostri parlamentari – non quelli di Bruxelles e Strasburgo – ad inserire in tutta fretta il pareggio di bilancio in costituzione, salvo poi lamentarsene in seguito.

altan_noi_italianiTornando al problema dell’identità, è chiaro che i passi da compiere verso una   europea sono ancora tanti e il discorso non riguarda solamente il nostro paese. Ma in Italia, al parer di chi scrive, questi passi sono ancor più difficili proprio perché non si è riusciti a edificare e a rinsaldare nel tempo una reale identità nazionale e di comunanza civile. E qui veniamo alla quarta ed ultima questione: l’identità dei giovani. Un giovane di oggi si sente un italiano integrato nell’Unione Europea? E se sì, è davvero orgoglioso di esserlo? Nella maggior parte dei casi c’è da dubitarne fortemente e non a torto. Non ci voleva l’ultimo rapporto annuale dell’ISTAT per rendersene conto, ma le prospettive future per un giovane italiano sono quantomeno allarmanti: “Il mercato del lavoro dell’Unione europea è stato fortemente colpito dalla crisi economica. Dal 2008 al 2013 il numero degli occupati si è, infatti, ridotto di poco meno di 5,9 milioni (-2,6 per cento) giungendo a circa 217 milioni nella Ue28”. E ancora: “Le difficoltà incontrate sul mercato del lavoro spingono gli individui a cercare nuove opportunità anche al di là dei confini nazionali: […] negli ultimi cinque anni, si è trattato di 94 mila giovani. Il dato è di particolare rilevanza anche tenendo conto che non tutti i giovani che si trasferiscono all’estero formalizzano la loro uscita dal Paese.”

Ora, lungi dal voler condannare chi è andato all’estero per studiare, lavorare e costruirsi una vita, andare a cercar fortuna in un altro paese dovrebbe essere una scelta dettata dalla voglia di migliorare le proprie condizioni ma anche un’opportunità di arricchimento personale. Invece, il più delle volte, andare all’estero è una scelta obbligata perché di alternative non ce sono proprio. Chi ora non ha lavoro e lo vorrebbe cercare in Italia perché (malgrado tutto) si sente attaccato al proprio paese deve fare i conti con la dura realtà della disoccupazione giovanile, arrivata all’impressionante tasso del 46%. Certo, non si può rimanere a casa dei genitori a vita e se non si trova nulla nel proprio paese è doveroso guardarsi attorno e partire se vi sono maggiori possibilità. Ma come ci si fa a sentire “convintamente italiani ed europei” se l’opportunità della mobilità internazionale (un grande privilegio rispetto a qualche decennio fa, non vi è dubbio) non è una scelta ma una condizione di fatto imposta? La possibilità di spostarsi liberamente all’interno dell’UE – anch’essa malata di disoccupazione – sta sempre più diventando il dovere di farlo. Come ci dobbiamo sentire noi giovani? Italiani, europei o apolidi?

Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono…” cantava Gaber. Se si volesse ritoccare il ritornello del Signor G (i cui estimatori spero non si offendano) si potrebbe dire che di questi tempi resta ancora da capire se sentirsi europei è una fortuna. E allora prima di professarsi pro o anti Europa, prima di chiederci se le responsabilità della nostra situazione siano ascrivibili all’Euro e alla sua gestione  – come sostiene il direttore del dipartimento di economia dell’Eurispes, Bruno Amoroso (min 27:30) – e se un eventuale ritorno alla lira risolverebbe parte dei nostri problemi forse dovremmo fermarci, riflettere e interrogarci su chi davvero siamo e vogliamo essere. Perché senza lavoro, senza soldi e con poche prospettive di sicuro si campa male. Ma senza un minimo di coscienza e una propria identità si vive anche peggio.

 

About Andrea Cartolano

Andrea Cartolano
Appassionato di politica interna, estera, storia e sport. Laureato in Lingue Moderne per la Comunicazione Internazionale presso l'Università degli Studi Roma Tre, si è dedicato allo studio della lingua e della cultura araba viaggiando in Libano, Siria e Marocco. Con il sogno un giorno di poter unire la passione per il mondo arabo a quella per la stampa.

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