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Il gigante egoista

Uno dei miei film preferiti degli ultimi anni, un film di cui ho anche scritto su queste pagine se non sbaglio, si chiama The Arbor. È un documentario che ripercorre la tragica storia di un’enfant prodige della drammaturgia attraverso gli occhi delle sue figlie, anche loro abbastanza sconquassate, e utilizza con grande efficacia il “trucchetto” di doppiare le voci dei vari intervistati per creare un’atmosfera alquanto sinistra e straniante.

The Arbor risale al 2010 e la sua regista, Clio Barnard, è finalmente uscita l’anno scorso con un nuovo lavoro, questa volta di finzione, intitolato The Selfish Giant. La pellicola si muove in un simile ambiente di miseria economica, esistenziale e di qualsiasi altro tipo possiate immaginare, e racconta la storia di due ragazzini più interessati alle nobili professioni dello stracciarolo e del fantino che non ai libri di scuola. Il filone realista che si occupa di tragedie dell’emarginazione è piuttosto florido in terra d’Albione, e The Selfish Giant si colloca abbastanza confortevolmente nel solco di film come Ratcatcher o di alcuni dei lavori più crudi di Shane Meadows, per non parlare, volendo riattraversare la manica, dei maestri Dardenne.

Ahinoi la qualità di questo secondo lavoro della cara Clio non si avvicina nemmeno lontanamente a quella del suo debutto, e ci mostra in particolar modo una penna non certo affilatissima, che ricade fin troppo di frequente in una serie di clichè strappalacrime che a un film che cerca di essere intenso e senza filtri non si possono proprio perdonare. Il rapporto centrale tra Arbor e Swifty in particolar modo sembra seguire gli ondeggiamenti tipici delle più classiche commedie romantiche americane, e il fatto che un’apparente riconciliazione venga beceramente sfruttata come trampolino per la telefonatissima tragedia finale è solo l’ultima delle offese di un film che più che cercare di coinvolgere il pubblico sembra volerlo manipolare alla compassione semplicemente in virtù della premessa del tipo “ragazzini poveri in canna cercano di farcela nel mondo crudele”.

Questo è un peccato in cui molti film di questo tenore ricadono -viene in mente il nostrano La Nostra Vita- quando sembrano dare per scontato che ambientazione e tematiche siano sufficienti ad evocare nello spettatore quelle sensazioni a volte quasi fisiche che capolavori come i film dei già citati fratelli Dardenne suscitano grazie a una commistione di fattori che non sono proprio in grado di spiegare, perchè se lo fossi probabilmente avrei trovato qualcuno che mi paghi per scrivere.

Una delusione dunque, ma restiamo in ascolto per futuri sviluppi da un’autrice cui voglio comunque concedere (molte) altre chanches.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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