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Che vuol dire post rock? 10 dischi per capirlo

Cosa vuol dire post-rock non l’ho mai capito bene neanche io. Questo è un’elenco dei dieci dischi fondamentali di questo genere / non-genere. Come al solito metto un solo album per gruppo.

Talk Talk – Spirit of Eden (1988)

Una delle più belle metamorfosi che si ricordano nel mondo della musica degli altalenanti anni ’80. Da insipido gruppo synth-pop, i Talk Talk divennero gli apripista di uno stile musicale fatto di paesaggi ed immagini. Un disco di una bellezza e di un’eleganza superiore. Un ascolto obbligatorio per chiunque abbia anche solo una vaga passione nei confronti della musica.

 

 

Slint – Spiderland (1991)

Come suona un disco rock che non solo non segue neanche mezzo cliché del linguaggio del rock ma che lo reinventa, lo plasma, che non si capisce bene da dove esca fuori vista l’assoluta unicità del sound e della composizione dei brani? Suona come le sei tracce che compongono Spiderland. Un disco di un’emotività travolgente. Una delle massime punte del rock n’ roll.

 

 

Godspeed you ! Black Emperor – Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven (2000)

Quando si dicono le parole ‘post rock’ una delle prime immagini che vengono alla mente sono le due mani della copertina di questo magnifico album. Forse il disco più rappresentativo e ambizioso di tutto il genere. Due dischi per un’ora e mezza di durata. Musica che alterna arrangiamenti cinematografici a tratti barocchi a crescendo psichedelici di pura intensità emotiva. Capolavoro.

 

 

Tortoise – Millions Now Living Will Never Die (1996)

Un altro disco meraviglioso e sorprendente. ‘Millions Now Living Will Never Die’ è intriso di kraut rock, tanto che si rimane di sasso quando si scopre la provenienza americana della band. I Tortoise decostruiscono i rapporti melodici e ritmici, ricamando e disfacendo la tela a loro piacimento, evitando di dare punti di riferimento certi all’ascoltatore. Djed è una dei più bei pezzi d’apertura degli anni ’90.

 

Mogwai – Young Team (1997)

Personalmente sono molto più legato al successivo ‘Come On Die Young’, ma il capolavoro della band scozzese è senza ombra di dubbio questo esordio che è il punto di riferimento, l’archetipo per la maggior parte delle band post rock che verranno dopo di loro. A loro volta influenzati dagli Slint, i Mogwai mettono in campo continui capovolgimenti sonori, legati anche allo shoegaze di matrice britannica. Se “Djed” dei Tortoise è uno dei migliori pezzi d’apertura degli anni ’90, “Mogwai Fears Satan” si prende sicuramente il premio di miglior pezzo di chiusura.

 

Dirty Three-Ocean Songs (1998)

Quinto album per gli australiani Dirty Three, che trovano la formula vincente con questo lavoro meraviglioso. Concept marino malinconico, contemplativo, delicato, ricolmo di influenze jazz, è il punto più alto dalla carriera dell’insolito trio australiano (violino, chitarra, batteria). Un lavoro ispiratissimo che gode anche della presenza di Steve Albini al mixer.

 

 

Bark Psychosis – Hex (1994)

Meteore di un universo musicale troppo impegnato a dar retta a grunge e brit-pop, i Bark Psychosis anticipano il linguaggio musicale che la farà da padrone a cavallo fra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni ’00. In bilicofra psichedelia e musica da camera, unica band in grado di ricreare le atmosfere dei Talk Talk riaggiornandole, i Bark Psychosis sono maestri nelle pause, nelle dinamiche che permettono loro di creare questo linguaggio ipnotico e complesso.

 

Sigur Ròs – Ágætis byrjun (1999)

Uno dei motivi per cui il post rock è esploso in tutto il mondo. Legati inevitabilmente ai territori e ai paesaggi dell’Islanda, raggiungono il loro apice compositivo con questo album che si posa comodamente fra la musica per film e il dream pop. A fare la differenza l’evocativa voce di Jon Thor Birgisson.

 

 

Explosions in the Sky – The Earth is not a Cold Dead Place (2003)

Il gruppo post-rock più ‘emozionale’ di quelli citati in questo breve elenco. Sono anche fra i più copiati, forse perché più riproducibili sia per la formazione ‘classica’, sia per la mancata presenza di arrangiamenti orchestrali.

 

 

Massimo Volume – Lungo i Bordi (1995)

Lascio da parte tanti dischi importanti per dare spazio ad una delle poche band italiane che può competere a livello internazionale. Nel 1995, sì millenovecentonovantacinque, i Massimo Volume dipingono dodici quadri esistenziali che trovano una poetica disperazione grazie alle parole di Emidio Clementi.

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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