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Marcuse 2.0

«Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico». H. Marcuse

H. Marcuse

La storia del pensiero è pervasa di ironia. Oggi vorrei spendere due parole su Herbert Marcuse e Nicholas Carr. I due non potrebbero avere meno a che fare l’uno con l’altro. Carr, vivente, è stato editor della Harvard Business Review e si occupa, da una prospettiva non accademica, di tecnologia e innovazione. Marcuse, morto nel 1979, è un mostro sacro della filosofia politica novecentesca. Fondatore della Scuola di Francoforte assieme a Max Horkheimer e Theodor Adorno, Marcuse fu l’ideologo del movimento di protesta sessantottino, il pensatore dietro milioni di studenti in rivolta.

Ora, senza voler essere retorico, Marcuse è un gigante al cui confronto Carr scompare. Il solo accostamento sembra essere inopportuno. Eppure, ecco l’ironia, a volte anche i Golia incontrano i rispettivi Davide.

Nel 1964 Marcuse pubblica uno dei miei libri preferiti, L’uomo ad una dimensione. Qui il Nostro fa delle considerazioni che — ammetto — mi fecero gasare non poco. Secondo il filosofo tedesco le società contemporanee nascondono dietro al meccanismo democratico una struttura repressiva. L’individuo si convince che il voto democratico sia uno strumento di libertà, ma nella realtà viene fottuto dal sistema (perdonatemi il francesismo). Il voto punta all’aggregazione di quanti più individui sotto l’egida di una maggioranza vincitrice, di fatto appiattendo le differenze tra gli individui. Non solo. La contrapposizione Occidente-Unione Sovietica contribuì a fare in modo che anche le differenze tra partiti, all’interno delle stesse società, fossero minimizzate. Insomma, lo spettro comunista (da una parte) o quello capitalista (dall’altra) erano strumenti di coesione volti ad eliminare la differenza tra maggioranza e opposizione.

Come se non fosse abbastanza, Marcuse individua un altro problemino non da poco. Il sistema ti fotte non solo politicamente, nel pubblico del meccanismo democratico, ma anche nel privato delle decisioni individuali. La tecnologia inventa beni sempre nuovi, animando così il desiderio di consumo del cittadino. Cittadino sempre di più Uomo ad una dimensione, incapace di reagire e schiavo della cultura di massa.

L’argomentazione di Marcuse è fantastica, più ci penso e più mi gaso. Peccato che mostri un piccolo limite se applicata all’oggi. Ragazzi: la cultura di massa non esiste più.

L’affermazione è un po’ forte, lo capisco, ma mi sembra radicata nei fatti. La tecnologia, negli anni sessanta, era certamente un veicolo di massificazione. Carr sottolinea la seguente dinamica: in passato, produrre contenuto multimediale era costoso. Pertanto questi costi necessitavano di essere spalmati su di un audience il più vasta possibile. Televisione, cinema e radio furono mezzi di aggregazione e, in effetti, di unificazione culturale. Probabilmente anche in senso cattivo. Senza citare nuovamente Marcuse, è un dato di fatto che la RAI italiana contribuì all’abbandono dei dialetti (Pasolini docet). Tutto questo è vero: la tecnologia è stata a lungo uno strumento di massificazione culturale, politica e sociale.

Ma oggi? Se non più di qualche anno fa bastava firmare due vaccate nello studio di Porta a Porta per diventare Presidente del Consiglio, oggi tutto questo non basta più.

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N. Carr

La cultura di massa è stata sostituita dalla cultura di fazione. L’opinione viene ormai costruita su base digitale: produrre contenuto mediatico costa poco e distribuirlo costa ancora meno. Vent’anni fa l’idea di scrivere questo stesso articolo e postarlo su un blog sarebbe stata impensabile. Oggi anche uno scapestrato come me ha accesso ad una platea più ampia di quella del suo nucleo più stretto di amici.

Il punto è che proprio questo stesso articolo viene diffuso a ragazzi con caratteristiche ben precise: follower della pagina di Polinice sui social network che hanno sentito parlare di noi da amici di amici (nostri) e che si beccano quotidianamente una buona dose del nostro spam. Difficile che un  nostro articolo arrivi ad un quarantaduenne amante della buona cucina.

In altri termini: il web contribuisce drammaticamente a polarizzare l’opinione pubblica. Una data classe socio-demografica è esposta all’opinione dei propri simili, ma non a quella d’altri. La velocità di Internet — e la precisa conoscenza dei nostri gusti da parte di Google o di Facebook — è la peggior nemica del pensiero unico, in quanto radicalizza le posizioni.

Un Marcuse 2.0 non avrebbe ragion d’essere in quanto l’uomo digitale non è mono, ma multi-dimensionale. Più che in un villaggio globale, Carr ha gioco facile ad affermare che viviamo in un contesto balcanico e radicalizzato.

Ora, non è detto che tutto questo sia un bene. Temo che l’incapacità di confronto con tutto quello che esce dal recinto del nostro mezzo migliaio di amici su fb sia un fenomeno tanto preoccupante quanto quello del pensiero unico. Ad ogni epoca le proprie magagne.

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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