Home / Cinema / I ragazzi di Clint

I ragazzi di Clint

La scorsa decade e l’inizio di quella corrente sono stati periodi estremamente affaccendati per Clint Eastwood. Girando pressochè un film all’anno ha definitivamente consolidato il suo status di maestro della cinepresa con lavori come Mystic River, Million Dollar Baby e Gran Torino che sono già classici, e al giorno d’oggi si può senz’altro dire che sia la più grande icona Hollywoodiana vivente. Nonostante Clint vada ormai per i novanta è stato dunque inusuale percorrere un periodo di ben tre anni senza suoi film in sala, e devo confessare che sono venuto a conoscenza dell’uscita di Jersey Boys solo perchè ne ho visto la locandina al cinema il giorno in cui sono andato a vedere il film di cui ho scritto un paio di settimane fa.

Tratto da un musical di grande successo, il film racconta la storia di Frankie Valli & The Four Seasons, un antiquato complesso pop degli anni ’60, prodotto della comunità italo-americana del New Jersey, comunità che il film ricostruisce in maniera abbastanza stereotipata. Accenti marcati, madri apprensive e mogli gelose la fanno da padrona, il boss di zona interpretato da Christopher Walken appiana bisticci e Joe Pesci ha un ruolo nella storia (nel senso che il vero Joe Pesci, interpretato da un attore, è un personaggio della vicenda). Manca solo Snookie e poi abbiamo l’en plein.

Questo fatto confina il film in una dimensione un po’ strettina di vignetta, ma i coinvolti sembrano consapevoli della circostanza e cercano di fare di necessità virtù puntando sul ritmo e sulla compattezza della narrazione, che anche nei momenti meno concitati verso la fine, quando vengono raccontati gli anni del declino, conserva il sempre sottovalutato dono della sintesi.

Come il precedente J Edgar, seppure con toni molto meno drammatici, Jersey Boys racconta la storia di una persona che in nome della sua professione e di un sistema di valori preesistenti sacrifica la sua vita privata, e questa vena malinconica bilancia efficacemente il mondo di brillantina e paillettes in cui i personaggi si muovono, senza per questo strangolare l’approccio brillante che caratterizza lunghi tratti del film. Ripeto, trattasi di un modellino poco credibile e poco fantasioso di un luogo ed un tempo già abbondantemente scolpiti nell’immaginario a stelle e strisce, ma l’ultima cosa di cui si può accusare Jersey Boys è di essere troppo ambizioso, e considerate anche le radici nel teatro di intrattenimento di Broadway, è chiaro come le prerogative dell’opera siano una storia coinvolgente e una narrazione efficace piuttosto che una qualsiasi forma di riflessione su un periodo storico o un ambiente lavorativo.

Noi italiani possiamo godere della chicca aggiuntiva di svariate battute in uno stentato ed esilarante italiano (nella versione originale ovviamente, tremo al solo pensiero di come debbano essersi arrangiati i traduttori), motivo in più per andarsi a godere le ultime cartucce -è proprio il caso di dirlo- rimaste in canna al fucile del vecchio Clint.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

Check Also

album

L’album, una specie in via d’estinzione?

Una delle differenze più ovvie tra gli appassionati di musica casual e i nerd più ...