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Villa Malaparte ne "Le Mepris" di Godard

Le spadaccine del litorale romano

“Le case le vorrei tutte di bella pietra, ben squadrate, con le altane aperte sui golfi del cielo”

Così raccontava Curzio Malaparte prima ancora che la sua gloriosa villa aprisse la vela bianca al vento di Capri ed innalzasse il suo altare al dio mare che fragorosamente bagna i famosi faraglioni. Villa Malaparte è entrata nell’olimpo delle divine architetture, per la suggestiva collocazione, per l’interpretazione caparbia e capace di quel luogo messa in opera da due grandi figure (Curzio ed Adalberto Libera) e per le belle gambe di Brigitte Bardot che sulla terrazza della villa, nella pellicola di Godard “Le mepris” si sono elegantemente mostrate al mondo.

Villa Malaparte ne "Le Mepris" di Godard
Villa Malaparte nel film “Le Mepris” di Godard

Le ville al mare nascono sempre piene di onirico e grandi visioni. Utilizzate come seconde case, libere dalle costrizioni cittadine, si rapportano con un padre naturale troppo evidente per non esser guardato: così non sono pochi i grandi maestri d’architettura che hanno spennellato opere sulle coste del litorale italiano. Oggi  vorrei riportarvi in sede, quei grandi che, nel tempo che fu, lavorarono in particolare lungo il litorale romano. Quelle perle d’autore che sorgono nascoste a due passi dagli ombrelloni variopinti di Ostia Beach, oppure poco distanti dal villaggio dei Pescatori di Fregene, o sottovento ai Kite di Santa Marinella.

All’inizio degli anni ’30 sorge ad Ostia un progetto che sarà uno degli esempi più significativi del razionalismo romano. Tre villini, A,B e C progettati da Adalberto Libera sul lungomare Duilio, poco più a Nord della piattaforma di Pierluigi Nervi al Kursaal. Una delle prime opere romane del maestro, rivolta verso il mare e che racchiude in sé i temi compositivi più noti della sua architettura: la continua ricerca formale di un coronamento, gli angoli smussati, e la presenza di dettagli fortemente dinamici, come i distinti balconi presenti su tutte e tre le opere, a contrastare la razionale composizione dei prospetti.

Balconi del Villino B
Balconi del Villino B

In particolare nei balconi  del villino B troviamo forti echi nautici e fu proprio in quegli anni che Italo Balbo fece ammarare formazioni di idrovolanti italiani nelle baie di Rio De Janeiro e New York, così rivolgendo i riflettori transoceanici sull’aeronautica italiana.

Lontane di epoca e linguaggio sono le tre preziose ville realizzate da Luigi Moretti sul lungomare di Santa Marinella. Differenti tra loro, ma appartenenti ad un unico processo progettuale, la Moresca, la Califfa e la Saracena occupano tre lotti adiacenti.

Villa La Saracena
Villa La Saracena

Le epoche abbiamo detto sono differenti: il razionalismo logico, stereometrico ed aureo di Libera ad Ostia qui si scioglie in un contesto opposto, dedicato alla materia ed alla primordialità del linguaggio; lì inflesso e solo in calibrati episodi esplosivo e dinamico, qui sinuoso e graduale, disteso quasi a plasmarsi con la spazialità che lo accoglie. Siamo nel 1954, la guerra è finita da tempo e l’arte sta svolgendo i suoi percorsi scontrandosi nel contrasto delle ideologie, nel crollo del figurativismo realista del popolo e nell’inconcludente elitarietà dell’astrattismo: nasce di qui l’informale. Alberto Burri inizia a lavorare nello stesso anno con i “Sacchi”: la materia nella sua pauperistica realtà diviene uno dei motivi di ricerca centrali.

Tornando alle tre, notiamo come in tutte sia presente il tema della casa chiusa rispetto alla strada ed invece dinamicamente protesa ed aperta nei confronti del mare, tipico dell’architettura mediterranea, in cerca di riparo dal sole e… dai pirati. Un ampio recinto, con forma circolare per la Saracena, lascia fuori il mondo e fa da filtro e pausa prima di varcare la soglia dell’abitazione. Soluzioni mistilinee in pianta combinano bene gli sviluppi longitudinali dei percorsi con quelli trasversali della stasi, il tutto coronato da un calibrato uso della forma circolare. Il trattamento delle superfici esterne è scabro, vibrante alla luce, una scelta materica che si colloca opposta alla lezione dell’International Style che vedeva le pareti smaterializzarsi in una lucente bidimensionalità piana. La plasticità dell’impianto generale va ad interessare il disegno stesso del dettaglio, così i parapetti smussati e nautici di Libera sono qua delle vere e proprie opere di artigianato.

A sinistra il parapetto di villa La Moresca, a destra il cancello di Claire Falkenstein
A sinistra il parapetto di villa La Moresca, a destra il cancello di Claire Falkenstein

Negli stessi anni Moretti stava realizzando l’ardito sbalzo del complesso polifunzionale di Corso Italia a Milano ma la poesia profondamente lirica che egli propone in queste ville sembra trovare le sue radici comuni di ricerca proprio nell’Informale. Il dettaglio del cancello che si apre al mare di villa Saracena viene affidato così alla pittrice, scultrice americana Claire Falkenstein, attiva nel dibattito informale americano insieme a Sam Francis ed al suo gruppo, e probabilmente conosciuta da Moretti a Milano in occasione della sua personale tenutasi nella galleria Montenapoleone nel 1954.

Ad ultimo altro episodio interessante del litorale laziale è quello della Casa Albero o Casa Sperimentale a Fregene, costruita negli anni ’60 ad opera dell’architetto Giuseppe Perugini, della moglie e del figlio, anch’essi architetti. Un bosco di travi e pilastri sostiene i cubi in conglomerato cementizio che compongono il corpo principale dell’abitazione. Il modulo del cubo si legge in tutta l’opera, tra infissi che segnano i vuoti ed i pieni. I servizi si collocano nei gusci sempre in cemento a vista ed anch’essi sorretti dalla curiosa struttura. Un gioco compositivo divertente e sapiente, dove le leggi della gravità vengono abilmente messe in bilico a far pensare che siano le travi a sorreggere i pilastri e non viceversa. Perugini qui anticipa il gioco della sospensione dei volumi utilizzato a gran voga nelle architetture contemporanee. Nel recinto della villa si nascondono altri episodi interessanti, a dimostrare la vocazione di laboratorio sperimentale con cui era nata.

La casa Albero di Giuseppe Perugini
La casa Albero di Giuseppe Perugini

Così ci racconta il figlio di Giuseppe, Raynaldo: “Questo era la casa di Fregene: una sorta di grande laboratorio, di bottega globale nella quale lavoravamo tutti e per ogni problema c’erano un’infinità di soluzioni possibili. Infatti la cura dei dettagli e la messa a punto di tutte quelle soluzioni che hanno portato alla casa com’è oggi sono stati affrontati nella messa in opera.”

Decisamente troppi buoni motivi per andarsene al mare…

About Isabella Zaccagnini

Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea e nello studio Warehouse of Architecture and Research.

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