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True Detective e le stelle da salotto

Con l’aumentare della popolarità e della considerazione di cui godono molti serial televisivi sarà sempre meno raro che stelle del grande schermo facciano affacciate nei salotti (e, diciamocelo, nei PC) di tutti noi. In questo senso uno degli esempi più rappresentativi dell’ultimo periodo è sicuramente True Detective, che sfoggia un uno-due di grandi nomi che non ha nulla da invidiare alle produzioni hollywoodiane.
Woody Harrelson e un Matthew McConaughey fresco di Oscar interpretano in questa serie a marchio -e  te pareva- HBO due investigatori della omicidi alle prese con le ramificazioni presenti di un vecchio caso cui avevano lavorato insieme vent’anni prima. Le loro vite hanno preso nel frattempo strade molto diverse, ma la prima metà della stagione si occupa di ricostruire l’antefatto con un corposo flashback che prepara la scena ai nuovi sviluppi, e lo spettatore impara di fatto a conoscere i due ormai ex-colleghi in un periodo in cui lavoravano gomito a gomito come da tradizione poliziesca americana.
Come si può immaginare True Detective punta decisamente sulle interpretazioni delle due stelle, e per quanto Rust Cohle, il personaggio di McConaughey, rubi inizialmente la scena, è alla lunga il Marty Hart di Harrelson che si rivela essere il più stratificato e interessante dei due partner. Se infatti Rust con i suoi vagheggiamenti pseudo-filosofici, le sue sentenze sibilline e la generale aria di uomo che ha visto cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare è tra i due il personaggio di maggiore impatto, la sceneggiatura fa fatica ad innalzarlo oltre il livello di maschera, e sulla distanza sono i problemi da uomo della porta accanto di Marty che coinvolgono maggiormente lo spettatore. Certo, empatizzare con un figuro violento, ipocrita e immaturo come il detectitve Hart è difficile, ma visto che dall’altra parte c’è un nichilista pop impegnato nei suoi tentativi di sollevare il velo di Maya, ci si accontenta.
Ad ancorare al suolo True Detective deve dunque contribuire anche l’incredibile caratterizzazione delle paludi della Louisiana come un vero e proprio organismo vivente, spesso ostile. L’ambientazione stile “America profonda” viene tentata con una certa frequenza, ma raramente con risultati paragonabili a quelli che abbiamo di fronte in questo caso, dove la bellezza naturale viene sfruttata per convogliare un senso di pericolo aleggiante che non può mancare nella storia di un’indagine su di un serial killer.
Quello che manca a True Detective è però il colpo d’anca che gli permetta di distaccarsi dalla massa di storie hard boiled raccontate negli anni. Non starò qui ad argomentare che la serie non sia un buon prodotto di intrattenimento, ben confezionato e con senso della misura nel bilanciare nuovi sviluppi nella trama e l’elaborazione sui molti spunti man mano introdotti, ma non posso negare che già dalle prime puntate ho avuto la netta sensazione che il discorso e il tono di True Detective non avessero particolari margini per creare qualcosa di davvero unico e potente, e arrivato alla conclusione delle otto puntate questo di più non è stato messo in campo.
Se non ho capito male le stagioni di questa serie sono progettate per essere autoconlusive, e dunque l’anno prossimo verranno introdotti nuovi personaggi, nuovi attori e una nuova ambientazione. Non so bene cosa aspettarmi, nè cosa vorrei che gli autori facessero per convincermi a proseguire la visione (sicuramente assicurarsi il mio favore sarà la loro massima priorità), per cui aspettiamo nuove sulla prossima stagione e speriamo bene.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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