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Santa Maria del Popolo, una chiesa scuola di formazione

Con l’appropinquarsi della bella stagione sicuramente molte persone avranno il desiderio di venire a visitare Roma e non mancheranno certo di passeggiare lungo la via del Corso, l’asse cuore del tridente viario inaugurato dall’operato di Papa Leone X, Giovanni di Lorenzo de’ Medici. E così pure gli stessi romani magari decideranno di passeggiare verso sera, quando è meno caldo, per questa splendida via. Per tale motivo mi sembra una buona idea cominciare a raccontare un poco la storia di alcun particolari edifici che  si affacciano su questa strada, originariamente chiamata via Lata, partendo dal suo apice, ovvero la piazza del Popolo.

rappresentazione di Santa Maria del Popolo secondo il Maggi

Ma procediamo con ordine. Come tutti sapranno la via del Corso aveva la funzione di connettere piazza Venezia e quindi in ultima analisi il Campidoglio, sede del potere cittadino, con piazza del Popolo, dove si apriva l’ingresso privilegiato alla città per gli stranieri, quello a nord della Porta Flaminia. Qui, appena accanto l’imponente accesso dalle mura aureliane cristianizzato con l’apposizione delle statue di San Pietro e San Paolo all’esterno, si erge solitaria  la chiesa di Santa Maria del Popolo, la quale ebbe origine nell’anno 1099, secondo una curiosa storia ricca di aspetti leggendari, narrata dai bassorilievi posti sull’arco sovrastante l’altare.

piazza del Popolo e il tridente leonino

Pare infatti che dove ora sorge la Chiesa, originariamente si trovassero le radici di un albero di pioppo, in latino populus da cui il nome della piazza, cresciuto proprio sopra la tomba dell’imperatore Nerone, tristemente famoso per l’incendio e la persecuzione dei cristiani a cominciare dallo stesso San Pietro. Per tale motivo il popolo romano evitava la zona considerandola infestata da spiriti demoniaci evocati dallo scheletro di Nerone, e desiderava che un luogo di culto esorcizzasse quei luoghi. Così Papa Pasquale II, in seguito, si narra, ad una apparizione in sogno della Madonna che gli chiedeva di edificare un tempio in suo onore, abbatté l’albero simbolo di queste preoccupazioni e costruì una prima cappella votiva, dedicata alla Madre di Dio e degli uomini, Madonna del popolo.

Il vero salto di qualità, tuttavia, arrivò solo con l’operato di Papa Sisto IV, Francesco della Rovere, il quale volle con tutte le forze l’edificazione di un nuovo tempio, ovvero l’attuale chiesa che quindi risale a circa il 1477. Il papa infatti aveva grandi progetti per questa casa del culto affidata agli agostiniani: una sorta di Pantheon per la propria famiglia, idea che non dimenticò suo nipote, Papa Giulio II, Giuliano della Rovere, che però era molto più ambizioso dello zio; così tanto da pensare di collocare la propria tomba addirittura nella nuova San Pietro, in asse con la tomba di Pietro e l’obelisco in ci si credeva fossero contenute le ceneri di Giulio Cesare. Ciononostante la chiesa non fu danneggiata da questa ambizione; anzi, il pontefice incaricò Donato di Angelo di Pascuccio detto Bramante di costruire il nuovo coro della chiesa che sarebbe dovuto essere, e così fu, il prototipo della coro Jiulio del pontefice nella nuova San Pietro, oggi non più esistente.

Bramante dunque affrontò un tema molto delicato che seppe risolvere, bisogna ammetterlo, magistralmente. Creò un sistema di ambienti autonomi correlati, di cui al primo con una volta a botte in corrispondenza delle cappelle già esistenti seguiva un secondo ambiente coperto da una volta a vela per poi concludersi il tutto con un catino absidale a forma di conchiglia. Ma questo di per sé non ha un grande valore. La vera novità, nonché innovazione, sta nella riproposizione di elementi del mondo romano antico reinterpretati secondo i nuovi principi dell’Umanesimo e soprattutto del Rinascimento, di cui Bramante stava allora definendo i caratteri fondamentali. È quindi in questo senso che vanno intese le forature lacunari che richiamano i grandi finestroni termali romani, e i profondi cassettoni nella volta a vela, simili a quelli che ancora oggi si possono ammirare nel Pantheon.

piazza del popolo al principio del XVII secoloMa non finisce qui. Infatti Bramante presenta in questa occasione un suo proprio carattere distintivo e innovativo: la semplificazione volontaria degli ordini architettonici e lo sfondamento di uno dei grandi lacunari della volta, una finestra strombata verso l’alto che capta la massima quantità di luce. Tutto ciò segna un punto fondamentale di passaggio rispetto al Quattrocento, quando il mondo antico era richiamato e riproposto per quello che era, ricercando di stabilirne le rigide regole costruttive e proporzionali.

Bramante va oltre; verifica che gli stretti canoni delle regole antiche non hanno valenza universale e afferma l’autonomia delle scelte degli uomini del Rinascimento, sconfiggendo definitivamente la concezione quattrocentesca di uno spazio prospettico inteso come risultato dell’accostamento di proporzionare e distinte superfici dimensionali.

Si potrebbe terminare qui ma è giusto e doveroso anche che Giulio II fece dono alla chiesa anche di un’altra opera unica che fece scuola: la cappella Chigi. Agostino Chigi, difatti, era il banchiere nelle cui mani il pontefice aveva affidato lo stato della Chiesa e proprio per ricompensarlo della sua amicizia, aiuto e stima, gli concesse un privilegio rarissimo:  unire alle proprie effigi, i famosi sei monti con la stella che tanto spesso accade di vedere in giro per Roma, le radici di quercia del proprio stemma dei Della Rovere, sancendo una unione paragonabile solo ad un matrimonio fra primogeniti di due casate. Per questo motivo il ricco banchiere decise di onorare l’amico papa costruendo la propria cappella funeraria in questa chiesa. Raffaello Sanzio, anch’egli proveniente da Urbino come Bramante, fu incaricato dell’arduo compito e diede prova in questo progetto di grande abilità dando luogo ad una cappella che è perfetta espressione della fusione delle arti in relazione ad preciso significato logico. La parte bassa, ospitante il monumento funerario infatti è espressione del mondo terreno, fugace e soggetto alla morte, e per questo coadiuvato da statue di profeti dell’antico testamento, mentre il tamburo e la cupola semisferica sono espressione del cielo, del paradiso e dunque del mondo della perfezione, raffigurato anche attraverso la rappresentazione dei pianeti. In sostanza, quindi, in questo piccolo intervento tutte le arti collaborano al fine ultimo dell’unità visiva ma ciascuna secondo le sue possibilità restando nel proprio ambito di azione; ciò che oggi si definirebbe con il termine sincretismo architettonico e lo sfondamento di uno dei grandi lacunari della volta, una finestra strombata verso l’alto che capta la massima quantità di luce. Tutto ciò segna un punto fondamentale di passaggio rispetto al Quattrocento, quando il mondo antico era richiamato e riproposto per quello che era, ricercando di stabilirne le rigide regole costruttive e proporzionali. Bramante va oltre; verifica che gli stretti canoni delle regole antiche non hanno valenza universale e afferma l’autonomia delle scelte degli uomini del Rinascimento, sconfiggendo definitivamente la concezione quattrocentesca di uno spazio prospettico inteso come risultato dell’accostamento di proporzionare e distinte superfici dimensionali.

il coro di Bramante e la cappella Chigi di Raffaello

Pertanto concludendo e volendo semplificare al massimo, attraverso questa chiesa Bramante recupera soluzioni proprie degli edifici antichi, riattivando le loro strutture e la loro architettura di massa, mentre Raffaello, più attento al recupero della lezione formale decorativa degli edifici antichi, riattiva il linguaggio degli antichi. E, così facendo, superano definitamente il Quattrocento umanista.

About Iacopo Benincampi

Iacopo Benincampi
sono un architetto e ancora per un po' dottorando in storia dell'architettura. Ad interim aiuto a coordinare Polilinea, sono membro dell'Open House di Roma e collaboro con lo studio Warehouse of Architecture and Research.

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