Home / Cinema / The Raid 2: altrimenti si arrabbiano

The Raid 2: altrimenti si arrabbiano

Qualche anno fa aveva fatto un certo scalpore tra gli appassionati del genre un film di arti marziali Indonesiano chiamato The Raid. Prendendo in prestito la premessa di Die Hard di un’ascesa ai piani alti di un palazzo pieno di cattivoni, il film si era fatto notare per la maniacale attenzione dedicata ai combattimenti corpo a corpo tra il protagonista, un virtuoso di un’arte marziale chiamata pencak silat, e orde di sicari di un generico boss di fine livello.

Il paffuto regista gallese alle spalle dell’operazione, tale Gareth Evans, aveva già collaborato col protagonista Iko Uwais per il precedente e francamente superiore Merantau, e fa adesso il suo ritorno col suo terzo film, sequel di The Raid.

Il progetto risulta, almeno narrativamente, molto più ambizioso del suo predecessore, la cui trama poteva essere riassunta in cinque righe, e volendo in tre parole (“botte”, “da” e “orbi”). Il nostro eroe, in seguito ai fatti del primo episodio -fatti che non ricordavo e che non hanno grosse ripercussioni sugli eventi di The Raid 2- è costretto a infiltrarsi in una gang criminale per incastrare poliziotti e politici collusi con l’organizzazione. Il punto di accesso ideale, stando al suo capo, è la prigione in cui è detenuto il figlio del boss, acquisire i favori del quale sembra essere la via più rapida per immettersi negli affari della gang. Il povero Rama è dunque costretto a picchiare, condannando alla sedia a rotelle, l’incolpevole figlio di un politico corrotto, in modo da guadagnarsi un paio d’anni di galera in cui poter socializzare con la gente giusta. Uscito di prigione il nostro può finalmente cominciare a lavorare per il saggio boss e il suo avventato figliolo, in modo da raccogliere prove sufficienti ad incastrare i loro referenti politici. Ovviamente tutto andrà per il peggio e Rama rischierà la vita ogni quarto d’ora per due ore e mezza, ma questo c’era da aspettarselo.

La domanda che c’è da porsi è dunque la seguente: la supposta maestria nel girare le scene d’azione è sufficiente e controbilanciare una sceneggiatura che, per usare un eufemismo, non sembra in pole position per un Pulitzer?

La mia risposta è ni. Girare delle scene d’azione efficaci è molto più difficile di quanto lo spettatore o il critico medio sembrano pensare, e ci sono svariate produzioni che si autoaffossano dando per scontato che chiunque possa cavarsela se messo davanti al compito (mi viene in mente il primo Thor, ignominiosamente diretto da Kenneth Branagh). D’altra parte nella nicchia più hard-core di appassionati di film d’azione cui questo film sembra rivolgersi, si dà a volte per scontato che il virtuosismo nel gestire risse e sparatorie possa da solo reggere il peso di un film intero, cosa che non sempre è vera, e quasi mai lo è per i grandi film dell’ambito. Il ritmo, il pathos, la capacità di gestire le situazioni più quotidiane che necessariamente costituiranno una certa percentuale del film, o se non altro i dialoghi: sono tutti aspetti che talvolta vengono messi colpevolmente in secondo piano, e che The Raid 2, pur non raggiungendo livelli di inettitudine troppo elevati, sicuramente non cura come dovrebbe, il che pesa ancor di più nell’economia di un film che, al contrario del predecessore, non si limita a chiudere il protagonista in un palazzo e a rifiutarsi di farlo uscire fino a che ogni singola scatola cranica presente nell’edificio non sia stata adeguatamente percossa.

Devo dire che nel complesso ho comunque apprezzato questo secondo episodio più dell’originale: in mancanza di una visione stilistica e sensoriale ben definita l’appiglio narrativo, per quanto terra terra, è benvenuto, e la qualità cinetica delle scene di combattimento è rimasta sostanzialmente invariata. Siamo lontani dagli apici dei Ringo Lam, degli Tsui Hark e dei Johnnie To, e in tutta sincerità non credo che Evans abbia la stoffa necessaria a compiere il salto di qualità in futuro, ma spero comunque che il ragazzotto gallese riesca a procurarsi un film in America e a smuovere un po’ le acque per un genere che fino a una ventina d’anni fa era uno dei motori economici dell’industria hollywoodiana, ma che ultimamente è un po’ caduto in disgrazia e fa una certa fatica a produrre lavori interessanti.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

Check Also

album

L’album, una specie in via d’estinzione?

Una delle differenze più ovvie tra gli appassionati di musica casual e i nerd più ...