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Un inglese a Berlino

“Io vivo in una città che ha, sotto di se, molte città.”

F. Venezia

Parafrasando la considerazione che Francesco Venezia rivolge a Napoli, e volendola declinare (con tanto di assunzione personale delle responsabilità) al caso di Berlino, potremmo affermare che essa è una città che ha, dentro di se, molte città. La difficoltà nel riconoscersi in un unico grande centro urbano, la porta a declinare la propria personalità in una miriade di modi di essere, tra di loro differenti.

E’ senz’altro questo il sentimento che si prova, nel visitarla. Una metropoli che cambia velocemente, capace di diventare quasi irriconoscibile a distanza di pochi anni. Al suo interno è in atto una sorta di corsa al rinnovamento, nella quale i grandi nomi dell’architettura contemporanea hanno voluto lasciare il segno della loro partecipazione. Il quadro complessivo che si è generato è, per alcuni aspetti, eterogeneo e difficilmente comprensibile, per altri coerente con la propria peculiare volontà di segnare il passare del tempo. Perché proprio il tempo pare giocare, a Berlino, un ruolo fondamentale: le architetture che fino a qualche anno fa sembravano la promessa per la rinascita della cultura occidentale, oggi appaiono consumate e come scolorite, seppur ancora vive e funzionanti, quasi delle enormi macchine teatrali che continuano a mettere in scena la medesima rappresentazione nella quale esse, più di chiunque altro, continuano a credere.

Forse è proprio nel veloce scorrere degli ultimi anni che bisogna ricercare il perché di quel sentimento misto ad ammirazione e nostalgia che si prova nell’attraversare lo spazio di Potsdamer Platz. La piazza meno tipica dell’animo berlinese, quella che più di tutte ha inseguito il mito delle grandi strade americane, è tuttavia la più visitata. Una sorta di porta della città, al di là della quale i turisti difficilmente si spingono, lasciando le opere di Scharoun e Mies in una solitudine fiera e un pò melanconica.

Intanto, proprio a Berlino, due progetti tra loro profondamente diversi stanno per essere completati: la ricostruzione dello Stadtschloss, il palazzo del Kaiser distrutto durante la dittatura comunista del dopoguerra, di Franco Stella e il Neues Musem di David Chipperfield, nel quale l’architetto inglese rimette insieme i pezzi del museo bombardato dagli alleati durante l’ultimo conflitto mondiale. Nel primo, alte pareti in cemento armato verranno ricoperte da nuovi muri in mattoni e dai successivi apparati decorativi barocchi (sic!) nel tentativo di riprodurre gli originali, nell’altro pilastri in cemento levigato, forme asciutte e sintetiche affiancate ai resti dell’edificio neoclassico sostituiscono quanto ormai definitivamente perduto.

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Due atteggiamenti radicalmente contrapposti. Se il palazzo reale costituisce quasi un paradosso (poi non lontano da quanto siamo abituati ad assistere in Italia) dell’interpretazione della conservazione, quello della ricostruzione del museo può invece dire qualcosa di importante in un atteggiamento non ancora così fortemente sperimentato.

La prima fra le considerazioni che si possono fare, è come si possa felicemente rendere conto, al tempo, del proprio trascorrere. Cosa questa non scontata nell’ ambito del restauro e della conservazione all’interno del quale si pensa spesso che la forma storicizzata (e in fin dei conti “commercializzabile”) di un’opera sia quella da mantenere ad ogni costo. Con impegnativi lavori di manutenzione, si conservano inalterate facciate di palazzi, scalinate e interni anche senza domandarsi se ne valga sempre la pena. L’immobilità delle nostre città (soprattutto di Roma che come qualunque altra città ha sempre preteso di essere espressione storica di coloro che la hanno abitata, ma che negli ultimi anni difficilmente riesce ad essere ascoltata), è purtroppo il risultato di tale atteggiamento, simile ad un mal celato timore del confronto con quanto è già stato fatto.

Chipperfield, in questo architetto colto e sensibile, ci mostra un possibile atteggiamento. La storia recente ha lo stesso diritto di essere conservata così come quella più antica. Sulle colonne restano allora i segni degli incendi che hanno distrutto il museo, così come nei muri i segni delle granate. Le trabeazioni mancanti vengono ricostruite, con particolare attenzione a non divenire sostituzione mimetica, bensì soluzione necessaria per il funzionamento dell’edificio. Le parti completamente distrutte, vengono riproposte in chiave contemporanea, rileggendo le spazialità originali del progetto ottocentesco di Stüler (allievo di Schinkel). Non c’è bisogno allora di nuove colonne ioniche, ma i pilastri in cemento assolvono la loro funzione di struttura mostrandosi chiaramente come addizione contemporanea.

Le critiche, ovviamente, non sono mancate. Soprattutto da parte di chi ha accusato il progetto di essere affascinato da una Ruin Sehnsucht, ovvero da una nostalgia delle rovine. Definizione questa probabilmente non del tutto falsa, sicuramente tipica dell’animo inglese di Chipperfield, ma che in questo caso non costituisce peccato, semmai rafforza e giustifica la ricerca di una nuova identità del museo.

I lavori al Neues Museum non sono ancora terminati: una nuova ala è ancora in costruzione e molte sale sono in allestimento. Visitarlo ora, vuol dire anche assistere al trasporto delle nuove teche che, ancora vuote, vengono trasportate attraverso i corridoi in attesa di ricevere gli oggetti da custodire. é l’immagine di quello che un museo dovrebbe essere, ovvero un contenitore non polemico e che non cerca di sopraffare con la propria presenza, ciò che contiene.

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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