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D’URBAN CITY, un viaggio in una città africana proiettata verso il futuro

Normalmente parlare di uno stato africano rievoca nell’immaginario comune solo pensieri negativi, che spaziano dalla povertà, allo sfruttamento alla criminalità, alla guerra, all’inciviltà. Tuttavia, sebbene il continente d’origine dell’uomo presenti effettivamente ad oggi queste problematiche, è opportuno non fare di tutta l’erba un fascio e notare che esistono elementi di progresso, crescita e sviluppo; potenzialità che vanno salvaguardate e favorite. E questo in tutti i settori; anche nell’architettura.

Così quest’anno l’UIA, L’Union Internationale des Architectes, ha deciso di promuovere il proprio congresso in una di queste città africane, più precisamente Durban, in Sud Africa, al fine di concentrare l’attenzione su questo continente che non è solo, come si potrebbe erroneamente pensare, un insieme di problemi.

Durban, Sud Africa

Anche l’Italia ha partecipato nel suo piccolo attraverso alcune delegazioni fra cui l’università di Roma, Sapienza, che ha inviato una piccolo gruppo di studenti facenti parte di un più ampio workshop patrocinato dalla cattedra UNESCO riguardante anche studenti sud africani e cinesi. L’obiettivo del workshop era una generale riqualificazione del contesto del centro storico, affetto oggi da problemi di criminalità, degrado sociale e abbandono. La crescita convulsa e sfrenata degli ultimi anni, infatti, assieme agli importanti cambiamenti sociali che hanno interessato il paese, ha portato ad un generale stato di disordine che è sfociato in una disorganizzazione generale che ha favorito il proliferare della criminalità.

In questo contesto, dunque, l’architettura non ha più solo un ruolo di attivatore sociale ma deve anche spingersi oltre, divenendo promotrice di una generale rigenerazione del tessuto abitativo. Sembrano parole scontate, trite e ritrite ma non è così. Spesso si tende a pensare che basti un grande progetto, un grande intervento, e tutto il resto vien poi da se e si sistema. Ciò però nasconde un atteggiamento superficiale che non tiene conto del fatto che la popolazione locale deve essere coinvolta, integrata, fatta essa stessa promotrice e veicolo della rigenerazione del luogo.

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Per questo si è proceduto prendendo in considerazione innanzitutto la storia della città, fondamentale. Durban, difatti, è espressione di una multietnicità unica nel suo genere. Olandesi (i cosiddetti boeri), inglesi, e il popolo zulu, hanno da sempre convissuto in queste terre sebbene quasi mai pacificamente. A questa già complessa situazione si è poi aggiunta una ricca immigrazione indiana, alimentata dalla dominazione coloniale inglese e favorita dalla vicinanza fra i due stati (la città, in particolare, si affaccia proprio sull’oceano indiano). Differenze culturali e tradizionali che hanno da sempre segnato il Sud Afrca. L’apartheid ha poi nettamente sancito queste differenze, dando origine addirittura a metacittà, separate fra loro, ognuna corrispondente ad una diversa etnia.

Si capisce quindi che il problema è gigante e a tutto ciò si somma anche una sostanziale assenza di una tradizione locale costruttiva. Certo, il tipico villaggio zulu può essere interessante nella sua conformazione e definizione fisica, ma l’architettura come si è evoluta in questi luoghi? Non esiste un’architettura locale, un mixage favorito dal rapporto fra le differenti culture che si trovarono obbligatamente a condividere gli stessi luoghi. A malapena si intravede una vaga definizione data da quell’atteggiamento colonialista tipico della cultura inglese che, come gli antichi romani, al di là degli edifici del potere, lasciava una generale libertà, sinonimo allora di tolleranza.

Tutto ciò ha portato alla formazione di un sistema urbano fratturato, mancante di collegamenti tra molte delle sue costituenti. Ed è questo lo scenario che si è posto alla base del workshop: collegare due diverse facce di una città, favorendone l’implementazione, partendo dalla caotica zona dei mercati per arrivare al lungomare.  Messo in questo modo, il discorso sembrerebbe vertere su un problema meramente infrastrutturale e legato alla mobilità, invece si fa ulteriormente carico della componente sociale e di tutto ciò che ne deriva.

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La riqualificazione del mercato non riguarda soltanto la maggiore fruibilità delle sue strutture bensì una serie di agevolazioni che permettono a chi vive il mercato di poterlo fare in maniera migliore e coinvolgendo più individui grazie all’invenzione di una serie di alloggi collocati sulla copertura, perfetti per chi proviene da fuori e necessità di alcuni giorni per vendere i propri prodotti.  Dal mercato, attraverso una serie di collegamenti, anche pedonali, si arriva al principale parco pubblico della città, Albert Park. Nell’idea dell’intervento, il parco assume un ruolo decisivo e grazie all’inserimento di un enorme passerella “verde” che lo collega al lungomare diventandone parte integrante.  Allo stesso tempo, le funzioni presenti nel parco vengono rafforzate in modo che questo non sia soltanto un passaggio ma anche un luogo da vivere appieno.  Discorso analogo per il Waterfront che, dotato di un nuovo sistema di collegamento costituito da una ferrovia sopraelevata e arricchito di spazi commerciali diventa un luogo facilmente fruibile e frequentabile; da chi corre a ridosso dell’Oceano, fino a chi passeggia allietando le proprie giornate con qualche acquisto. Il fine del progetto è dunque quello di creare una Durban di tutti per tutti creando una città accessibile in ogni sua parte e dalla vivibilità migliorata.

esibizione all'UIA

L’ottimismo in tal senso ci viene trasmesso dai nostri colleghi autoctoni che, meglio di noi, capiscono l’esigenza di un cambiamento ed intendono perseguirla, lasciandosi alle spalle le situazioni di abbandono che l’intervento si pone di eliminare a favore di una città aperta in cui non esistano zone franche e non.

Giovanni B. Croce & Iacopo Benincampi

About Iacopo Benincampi

Iacopo Benincampi
Sono un architetto e ancora per un po' dottorando in storia dell'architettura. Attualmente, aiuto a coordinare Polinice, collaboro con l'Open House di Roma e coopero con lo studio Warehouse of Architecture and Research. Qui rifletto su qualche questione ed esprimo un'opinione, senza pretese.

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