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Franco Lo Piparo, “Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere”

Amartya Sen ebbe il merito di introdurre nel dibattito non solo economico, ma anche filosofico, il problema dei rapporti che intercorsero fra Antonio Gramsci (politico, linguista e filosofo), Piero Sraffa (economista italiano dissidente a Cambridge) e Ludwig Wittgestein, il più geniale filosofo del linguaggio del novecento (il nostro collega G.V. Sansone ha parlato estensivamente di tale ipotesi qui). Cioè se Gramsci sia stato indirettamente l’ispiratore del secondo Wittgenstein, attraverso la mediazione di Sraffa o meno. La congettura dell’insigne pensatore indiano è sempre ritornata fra alti e bassi nel dibattito sulle origini della filosofia wittgesteiniana, rappresentando un “giallo” nella storia delle idee. Attualmente è stato posto nuovamente quest’anno, con grande risonanza, dal libro Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere, uscito a Maggio 2014 per Donzelli Editore €18,00.

L’opera del professor Franco Lo Piparo, docente di filosofia del linguaggio a Palermo, si distingue per la precisione storica, filologica e speculativa, oltre che per l’encomiabile capacità divulgativa e il linguaggio cristallino.

Il libro si configura di tre sezioni tematiche. La prima si caratterizza per delineare il rapporto interpersonale che correva fra le tre figure in esame, attraverso le lettere di quel periodo; in particolare Lo Piparo riesce a dimostrare come nello stesso periodo 1934-36 (in cui le Ricerche Filosofiche di Wittgestein furono all’inizio composte) e in cui Sraffa frequentava Cambridge, quest’ultimo era già a conoscenza del contenuto dei Quaderni del carcere dell’amico e compagno Gramsci: ciò attraverso la mediazione della propria cognata Tatiana Schucht. Il secondo nucleo entra invece nello specifico dell’analisi storico-filosofica: Lo Piparo analizza filologicamente parallelismi e similitudini fra i Quaderni di Gramsci e tutti gli scritti che caratterizzarono lo sviluppo concettuale del filosofo austriaco nel suo secondo soggiorno in Inghilterra; non solo Ricerche, ma anche altre testimonianze come Brown e Blue Book e Big Typescript sono prese in esame. È individuato successivamente il tratto fondamentale che accomuna il lavoro di entrambi: il ruolo imprescindibile che il linguaggio ha nella nostra pràxis quotidiana, anche non strettamente linguistica e come essa abbia immancabilmente ricadute negli aspetti politici dell’esperienza. In fine il terzo punto della trattazione di Lo Piparo risulta a nostro parere la più interessante: viene esplicato il filo rosso che intreccia le biografie dei due, che seppur lontane come forma mentis, luoghi e origini (il giovane Ludwig è un rampollo della ricca Vienna mentre Gramsci è figlio di una famiglia di umili mezzi in Sardegna), paiono condividere una medesima epopea umana e filosofica: vivono gli stessi problemi, la stessa urgenza morale di dimostrarsi eticamente all’altezza della propria umanità (Wittgenstein nella prima guerra mondiale e Antonio attraverso la militanza giornalistica e politica).

Dando un giudizio, il volumetto si distingue per l’originalità con cui è presentata la congettura di Sen (rendendo tra l’altro la questione accessibile al vasto pubblico). Lo Piparo la presenta con una notevole profondità storica, passione e rigore. Alcuni potrebbero obbiettare la mancanza di uno specifico approfondimento del Gramsci nel periodo del giornale “L’Ordine Nuovo”, dell’operaismo e strettamente marxista. Di come Marx abbia influenzato la sua concezione del linguaggio e della prassi politica. Ma è chiaro che tale trattazione è superflua rispetto allo scopo: è piuttosto il come quest’ultimo, che non riuscì più a inserirsi in una qualche corrente “sentimentale” (ovvero marxismo, liberalismo e fascismo) come scrisse in una bozza di una lettera del 30 Novembre 1931, influenzò il filosofo più importante del XX secolo, che si definì originale non nel seme bensì nel campo in cui lo avrebbe accolto (Pensieri Diversi, Biblioteca Adelphi, 1980, p.76).

Se dovessimo però trovare un punto critico, sarebbe intrinseco al progetto di ricerca stesso dell’autore: nei contenuti sono solo supposizioni. Per ora non abbiamo nessuna nota o testimonianza scritta in cui Sraffa o Wittgestein riportino i propri colloqui o le idee in essi espresse. La lettura dell’autore si regge praticamente su evidenze indirette: aldilà delle manifestazioni di stima e dell’affetto reciproco, non ci sono prove decisive a sostegno della sua tesi, se non somiglianze e coincidenze cronologiche (come fa notare anche Luigi Perissinotto sul Il Manifesto 6 Luglio 2014). Lo stesso ammette che la sua ricerca è puramente “filologico-poliziesca” (p.80).

Nonostante l’indubbia qualità del lavoro, finché non ci saranno prove concrete il poetico rapporto tra filosofia gramsciana e Wittgestein rimarrà solamente appunto una congettura. E fino a quel momento le influenze sul pensiero di un colosso della filosofia rimarranno Frege, Russell, Tolstoj, Dostoevskij, Il Tramonto dell’Occidente di Splengler e il Ramo d’Oro di Franzer.

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