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Tattoo: Storia e curiosità di una moda che ci sta sfuggendo di mano

– Ahia.. no dai tranquillo continua pure.. – Pigmenti di colore si posano sotto la pelle della mia natica destra.

Sto sul divano di camera di un mio amico architetto, che è anche il mio tatuatore appena tornato dal suo studio di Miami. La madre, una signora elegante sulla cinquantina dall’aria vagamente naïf, si affaccia dalla porta accompagnata da un incuriosita filippina in livrea chiara che chiede:- Ma fa male? – La prima domanda che ti pone sempre chi non possiede un tatuaggio. – Si, un poco, ma poi passa. – Sono ipocriti o erano ubriachi tutti quelli che affermano il contrario. – Cosa vuol dire? – domanda la madre ancora affacciata mentre suo figlio diligentemente cambia ago. Ecco la seconda domanda che tutti fanno sempre quando ne vedono uno, indistintamente da se ne abbiano o meno. – ” E’ un po’ complicato da spiegare. Per capirlo dovrebbe entrare nella mia mente, attraversare le mie emozioni, le mie passioni , il mio modo di vedere le cose. Comunque è Figaro di Pinocchio.” – Si accontenta della mia risposta vaga e sorride, si vede che lei un tatuaggio lo ha.

 

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Cosa c’è da sapere su questa moda che sta apparentemente sfuggendo un po’ di mano alle “nuove generazioni”, su questo antichissimo rito che spopola in occidente come mai prima d’ora e che via via perde sempre di più il suo significato originale?

Oramai in spiaggia sono più le persone tatuate che non, e osservare il corso delle mode dei tatuaggi che si susseguono è un chiaro sintomo di quanto si vada sempre più svilendo questa splendida arte a favore di una semplice moda sdoganata dai più, per arrivare a paragonarla con leggerezza alla tendenza di come portate i jeans questo o quell’altro anno. Insomma che ti tatui quest’anno?

Ragazzini con le braccia interamente tatuate di velieri, ancore e rose Old School scambiano parole sconnesse con amici più grandi che sfoggiano grasse carpe giapponesi sguazzare nei ruscelli adagiati sulle loro spalle accanto a maschere samurai dai tratti inquietanti. Ogni tanto qualche genitore li redarguisce gesticolando e piccole chiazze sbiadite su avambracci e spalle ricordano militanze politiche o appartenenze a qualche corpo militare. Sullo sfondo passeggiano persone di mezza età ed entrambi i sessi ; sfoggiano tribali poco originali confusi con Maori più o meno ben fatti, ideogrammi giapponesi indecifrabili, centinai di fatine alate disegnate da “loro”, tartarughe e rose dei venti, gladiatori minacciosi sovrastano pance importanti, gechi appollaiati su polpacci depilati. Alcuni tatuaggi sembrano di quelli tirati fuori dai pacchetti di patatine, ma purtroppo per loro non basterà dell’acqua calda a levarli. Spezzano la mia tranquillità già ampiamente turbata, diverse Ali da angelo sui dorsali e immense scritte gotiche. Ecco, lo sapevo. E’ svanito il romanticismo che intendevo riservare all’argomento.

I tatuaggi derivano dall’usanza nelle culture antiche di indicare sul corpo passaggi cruciali per la vita dell’individuo, come il compimento dell’età adulta, il raggiungimento della fertilità e della maturità sessuale ( le giovani thaitiane si facevano tatuare le natiche in nero) , l’appartenenza ad una casta o a una religione ( ad esempio i guerrieri crociati si facevano tatuare una croce nella speranza di ricevere degna sepoltura). Recenti ritrovamenti di un defunto mummificato chiamato Oztidimostrano che già nel 3300 a.c. nell’Eurasia la pratica di imprimere ferite sui corpi per disegnare simboli era già presente ( si suppone tatuaggi terapeutici) ed è proseguita nell’antico Egitto e durante l’Impero Romano. Furono tuttavia i viaggi in Oceania durante il XVII’ secolo e la scoperta delle tradizioni Maori di farsi tatuare i volti per distinguere l’appartenenza alle Moko (famiglie) però, a portare a conoscenza i contemporanei dell’arte di marcarsi il corpo. Si diffuse presto in occidente l’abitudine di esporre nelle fiere e nei circhi ottocenteschi ( i Freak show) individui, indigeni prima ed europei poi, con corpi totalmente coperti di tatuaggi.

 

princegioloDi lì la diffusione in Europa e nel Nuovo Continente. Nel periodo che possiamo considerare dalla metà dell’800 alla prima metà del 900 la pratica del tatuaggio si diffuse principalmente in categorie di individui definiti dalla società “poco raccomandabili” poiché accomunati dal vivere ai margini della società: Carcerati, prostitute, marinai. Attraverso questo segno indelebile si desiderava attestarsi un passaggio importante della propria vita, un segno di virilità o di valore. Essere bollati di crimini e meriti. Mentre il fine Cesare Lombroso esponeva le sue convinzioni decretando che coloro che possedevano un tatuaggio erano menti criminali dagli istinti animaleschi , i criminali gli portavano ignaro omaggio tatuandosi tra loro nei carceri più dimenticati, fieri di essere appunto identificati da chi li osservasse “fuori e dentro” e fregandosene dei vezzi dell’antropologia criminale e razziale o della società moderna. La Yakuzaa giapponese abbracciò l’arte del tatuaggio proprio perché bandita e con considerata illegale. Japanese-Yakuza-Tattoos-3I marinai svilupparono quella che oggi viene definita la “Old School” o tradizionale. Anche se il padre della Old School viene considerato il marinaio dell’US NAVY Norman Keith Collins alias  Sailor Jimmy,  già alla fine dell’800 i marinai si facevano tatuare ancora, rondini e sirene basandosi sul significato che gli attribuivano. L’ancora rappresentava la traversata dell’Atlantico, il dragone il raggiungimento dell’Oriente, la rondine un giro del globo, e ogni tatuaggio: l’arrivo nel porto di destinazione. Ecco perché si dice che i tatuaggi dispari portino male. Questi tatuaggi venivano praticati con aghi di ferro, a mano e spesso in mezzo al mare, con il beccheggio dei brigantini o delle corazzata da guerra, o nei carceri con mezzi di fortuna. Adesso invece, si spendono migliaia di dollari per una seduta e molta di quella poesia si va a perdere nella comodità.

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A sconvolgere le teorie di Lombroso e dei nostri genitori tuttavia, si possono citare diversi personaggi illustri tatuati nello scorso secolo. L’abitudine di nobili di tatuarsi infatti lasciò cadere nel vuoto la ghettizzazione del “tatuaggio” come sintomo di degenerazione. Teddy Roosvelt, il tenace presidente americano si era fatto tatuare sul petto lo stemma araldico della sua famiglia, e prima di lui il settimo presidente degli stati uniti Andrew Jackson un’ascia Tomahawk. Lo stravagante Nicola Romanov, l’utimo Zar di tutte le Russie, tornato dal Giappone si fece tatuare un dragone sulla spalla. Sir Winston Churchill, il primo ministro Inglese, aveva un’ancora tatuata sull’avambraccio e sua madre, l’aristocraticissima Lady Randolph Churchill,vantava un esotico serpente tatuato intorno al polso. Lo scrittore George Orwell durante la sua lunga permanenza in Birmania si fece tatuare dei piccoli cerchi blu su ogni nocchia delle mani. Amedeo di Savoia-Aosta, eroe di Amba Alagi ed unico italiano omaggiato dell’Onore delle Armi, aveva tatuato il più noto Nodo Savoia, un piccolo Popeye e svariati altri tatuaggi uguali a quelli del padre Aimone e di suona madre Elena Borbone-Orléans.

Oggi le cose sono un po’ diverse. Sulla pelle degli individui di ogni ceto sociale di aggrovigliano stili e tendenze diverse. Il cattivo gusto, come sempre è dilagato nelle forme più disparate ed indelebili. Scalano la classifica i nomi dei figli dai caratteri corsiveggianti in cima al deretano di tante “signore”, le lettere gotiche che suggerirebbero una particolare adorazione per Guttemberg o per le decorazioni dei libri medievali se non riportassero sigle tipo: ACAB. I braccialetti tribali per lui e per lei, troppi fiori di loto, fiori di ciliegio e le margherite tutti insieme più che denotare un certo pollice verde vi fanno assomigliare ad un vivaio e le numerosissime stelline, sono sempre il primo passo prima di danni più ingenti.

Consigli di un pirla: se ormai i pregiudizi nei confronti dei tatuaggi si stanno sensibilmente affievolendo anche per merito della loro sfrenata diffusione, non bisogna trascurare il fatto che sono un segno indelebile (o quasi) che si porterà sempre con se. Perciò il consiglio di pensarci bene prima di farsene uno è sempre il migliore. Nasconderne uno sotto un altro per un pentimento, da molto l’impressione di nascondere la sporcizia sotto il tappeto e spesso non porta i risultati sperati. Farseli togliere è più doloroso di farseli fare, e per proporzione 3 volte più costoso. Non recarsi da un tatuatore solo perché è vicino o va di moda, ma assicurassi che sia pulito (usi aghi monouso e li scarti davanti a voi) e capace (non accontentarsi del sentito dire). Non lasciarsi prendere dall’entusiasmo del momento fidandosi dei suoi gusti personali o della sua pigrizia ( lui farà il tatuatore per sempre, voi magari il notaio), in futuro potrebbe imbarazzarvi. Tatuarsi mani, collo, e volto in gioventù non lascia il giusto spazio a parecchi sbocchi lavorativi e suggerisce un oculata riflessione. Le lettere iniziali dei fidanzati che potrebbero diventare ex, che potrebbero essere coperti da stelle che poi saranno oscurati da farfalle non sono il modo giusto per scandire gli amori adolescenziali. E mi raccomando, e sottolineo mi raccomando, assicurarsi sempre di saper nuotare prima di tatuarsi tutti gli avambracci di ancore e velieri. Ad ogni modo, e viva l’incoerenza, non bisogna mai prendersi troppo sul serio quando ci si tatuata: i tatuaggi migliori sono sempre frutto di un accurato dosaggio di genialità e stupidità.

 

About Davide Bartoccini

Davide Bartoccini
Aspirante giornalista, scrittore e acclamato mondano. La mia massima aspirazione è quella di conoscere la verità e l'essenza di tutto ciò che mi circonda, del resto "VI VERI UNIVERSUM VIVUS VICI". Mi interesso di attualità, storia, moda, costume e sociologia. Amo la letteratura, il cinema, viaggiare, la fotografia, il whisky invecchiato e l'alta sartoria. Credo fermamente nel pensiero di Bukowski: "La gente è il più grande spettacolo del mondo, e non si paga il biglietto."

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