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Cina&Russia – L’accordo del secolo [ Parte I ]

L’accordo siglato tra Cina e Russia il 22 maggio scorso regola gli scambi di gas naturale tra i due paesi dal 2018 al 2048 attraverso nuove pipeline siberiane ed ha un valore totale stimato attorno ai 400 miliardi di dollari. Il motivo dietro allo sblocco di negoziazioni in stallo da più di dieci anni ruota, come tutte le recenti mosse del gigante russo in politica estera, attorno all’Ucraina.
Le tensioni ucraine degli ultimi mesi hanno infatti fortemente destabilizzato la diplomazia russa, esponendola al rischio di un isolamento internazionale particolarmente rischioso per un paese dipendente dai capitali esteri e dal commercio internazionale. L’accordo allenta quindi la pressione occidentale sulla Russia e permette al paese di diversificare le proprie esportazioni di gas, per ora fortemente legate al mercato europeo. L’altro risultato è rappresentato dallo sconvolgimento del panorama economico internazionale: infatti, la nascita di un importante mercato energetico in reminbi mette in pericolo l’egemonia dei petroldollari e rafforza la posizione dei BRICS, che hanno peraltro annunciato a margine dei Mondiali brasiliani la creazione di una banca mondiale per lo sviluppo alternativa a BIRS e FMI con sede a Shanghai. Dal punto di vista russo, l’accordo rappresenta quindi l’ennesima vittoria politica e diplomatica di Vladimir Putin ai danni di Stati Uniti ed Unione Europea, nonché un’ulteriore affermazione per le potenze emergenti a livello economico mondiale.
Ma, come è spesso accaduto nella storia russa, anche questa vittoria è stata pagata a caro prezzo. Le negoziazioni con la Cina infatti si sono sbloccate grazie alle concessioni fatte da Mosca sui prezzi del gas: sebbene i termini dell’accordo vengano ancora tenuti segreti, sembra che il gas russo verrà pagato dai cinesi non ai prezzi vigenti nei mercati europei, ma in conformità a quelli più bassi del gas turkmeno acquistato da Pechino. In poche parole, come nel caso dell’infausto accordo con Yanukovic, Gazprom ha dovuto una volta in più sacrificare il proprio interesse economico alla ragion di Stato. Per portare a termine l’accordo è stato perciò necessario l’intervento facilitatore di Putin, che, promettendo importanti esenzioni fiscali a Gazprom, ha assicurato la permanenza di moderati profitti per il gigante del gas naturale, privando però il bilancio statale di più di 30 miliardi di dollari di entrate.
L’accordo viene poi presentato come la prima iniziativa concreta della nuova politica estera russa. Come ha infatti affermato Putin a giugno al Forum economico internazionale a San Pietroburgo, la Russia intende effettuare un ‘Pivot to East’ parallelo a quello statunitense, ovvero una svolta verso l’Oriente sempre più centrale a livello economico e diplomatico. Tale svolta è finalizzata a sviluppare l’enorme potenziale territoriale della Russia siberiana attraverso la costruzione di infrastrutture e al potenziamento delle attività immobiliari e minerarie: una riscoperta della dimensione asiatica del paese, simboleggiata dall’Aquila bicipite russa che guarda sia ad ovest che ad est e magnificata dalla retorica eurasiatica del teorico Aleksander Dugin. Dietro agli annunci trionfali, si nasconde però una realtà meno appariscente: la Russia da Pietro il Grande in avanti rimane infatti un paese fortemente sbilanciato verso Occidente a livello economico, strategico, demografico e culturale. Il tentativo di proporsi come attore di rilievo in Estremo Oriente, anche attraverso allo sviluppo delle relazioni con la Corea del Nord, sconta una tradizione di marginalità geopolitica nella regione, specialmente rispetto all’asse storico tra Giappone e Stati Uniti.
In più il successo diplomatico dell’accordo con la Cina, in grado secondo la leadership russa di far assurgere il paese a produttore energetico chiave anche in Asia, nasconde le debolezze del gigante slavo.
La Russia rischia infatti di rimanere bloccata ad un modello commerciale di stampo neo-coloniale, con scambi di risorse in cambio di manufatti, e di rimanere un rentier state con serie carenze in sviluppo tecnologico e in capitale umano. Inoltre l’accordo conferma la posizione dominante della Cina come ‘regional gas price setter’ e quindi lo spostamento di potere negoziale verso il colosso asiatico, prefigurando un’evoluzione del rapporto tra i due paesi sempre più squilibrata e svantaggiosa per la Russia. Per queste ragioni l’accordo, risuonato come grande successo diplomatico ed economico sia in patria che nei media internazionali, viene definito dall’analista di Chatham House Ilja Zaslavskij ‘una disperata scommessa geopolitica che ignora qualsiasi ragione economica, […] esattamente ciò che ci si aspetta da ex ufficiale del KGB che gestisce con poca lungimiranza la politica energetica.’

About Francesco Tamburini

Francesco Tamburini
Nato a Cesena, studente di lingue straniere a Venezia e di relazioni internazionali a Roma, irretito dallo studio della storia e attualmente impegnato in una relazione complessa con la Russia.

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