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Silicon Valley: l’ennesima rivincita dei nerd

Quando sono venuto a sapere dell’esistenza di Silicon Valley ero abbastanza sicuro di aver trovato una gallina dalle uova d’oro. La serie aveva un pedigree non indifferente, essendo prodotta dalla HBO e creata da Mike Judge (il regista di Office Space) e sembrava poter essere una versione di The Big Bang Theory meno costretta dai convenzionali canoni della sit-com. Considerando che nonostante tutto ho sempre apprezzato TBBT il potenziale appariva notevole.

La storia è quella di un programmatore che, lavorando ad un sito che permetta a musicisti emergenti di verificare se le proprie creazioni infrangano qualche copyright, realizza un algoritmo di compressione di file estremamente efficiente. Richard si trova ben presto in mezzo ad un’asta tra miliardari rivali, ed è sostanzialmente costretto a scegliere se accettare la ricchissima offerta di uno e perdere il controllo del progetto, o se accettare molti meno soldi dall’altro in cambio di supporto logistico e del controllo sulla propria creazione.

Come prevedibile viene scelta la seconda opzione e il nostro si trova a dover continuare ed ampliare lo sviluppo di una piattaforma ben più ambiziosa dell’applicazione musicale originaria. A coadiuvarlo c’è una sgangherata cricca di nerd, che va da un hacker satanista ad una versione più sboccata di Raj di BBT, passando per una versione riveduta e corretta del drugo coeniano e uno spaesato consulente per l’aspetto affaristico/organizzativo della start-up. Accennato, ma molto meno centrale rispetto a BBT, è anche il filone “bella ragazza in mezzo a disadattati”, anche se tutti gli indizi sembrano puntare ad un ampliamento di quel fronte nella prossima stagione, già confermata da mamma HBO.

Quest’ultima questione è in effetti sintomatica di una tendenza generale di Silicon Valley, ossia della volontà di allontanarsi da determinati topoi televisivi, senza avere la forza di compiere un taglio netto. La serie è infatti evidentemente indirizzata ad un pubblico molto più ristretto rispetto a quello di sit-com più convenzionali, idealmente addirittura a persone che abbiano una qualche cognizione riguardo l’attività e il retroterra dei protagonisti: non ci sono laugh tracks, i dialoghi fanno spesso riferimento decontestualizzato a oggetti più o meno oscuri della nerd-culture in cui tutti i personaggi si riconoscono in una maniera meno caricaturale rispetto a come succede agli Sheldon e agli Howard, e l’umorismo tende ad essere alquanto crudo e politicamente scorretto. Tutto questo non riesce però a lavare via la sensazione di trovarsi davanti a una versione edulcorata di una serie che non verrà mai prodotta, e che contemporaneamente rinuncia alla collaudata piacioneria, che può apparire usurata ma ostensibilmente funziona, di prodotti più nazionalpopolari.

Ovviamente il mondo è pieno di efficaci vie di mezzo, e non c’è dubbio che Silicon Valley abbia ancora modo di rivelarsi una di esse, ma il formato della puntata da meno di mezz’ora e l’ambientazione, da cui difficilmente potrà liberarsi, del mondo dell’industria della tecnologia, gli lasciano uno spazio di manovra piuttosto ristretto e servirà una maturazione a livello di scrittura che faccio fatica ad immaginarmi.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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