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La terra promessa di Gus Van Sant

 

Non avevo particolari aspettative mentre mi apprestavo a guardare Promised Land, l’ultimo film di Gus Van Sant, un po’ perchè Restless, il suo lavoro precedente, era stato un passo falso piuttosto memorabile, un po’ perchè mi aspettavo si trattasse di una pubblicità progresso ambientalista allungata per raggiungere i novanta minuti.

Nonostante le basse aspettative, Promised Land è riuscito a risultare abbastanza deludente precisamente per le ragioni che mi facevano dubitare prima di vederlo, con l’ulteriore aggravante di iniziare piuttosto bene sotto molti aspetti prima di prendere verso la fine una svolta propagandistica veramente poco sottile.

Matt Damon lavora per una compagnia di estrazione di gas naturale intenzionata a estrarre le risorse di una zona campagnola degli Stati Uniti, e viene inviato a stipulare accordi porta a porta con gli agricoltori proprietari del terreno sotto il quale si cela il giacimento in questione.

Tutto sembra procedere senza troppi sussulti fino a che l’anziano insegnante di scienza nella locale scuola superiore e un ambientalista venuto a fare campagna contro la sua azienda cominciano a mettersi di traverso e a convincere sempre più persone che i vantaggi economici promessi dalla grande impresa non possono essere un buon motivo per consentire la contaminazione della terra che è alla base dello stile di vita di molti degli abitanti del luogo, ultimi eredi di una lunga tradizione.

La conversione del nostro, la sottotrama romantica e la burbera collega interpretata dalla sempre ottima Frances McDormand sono tutti elementi che non si fa fatica a immaginare possano comparire in un film del genere, e a onor del vero, pur non scoprendo certo l’acqua calda, l’esperienza e il tocco di Van Sant emergono in pieno durante il film, che ha un buon ritmo, una fotografia soffice, e sembra per lunghi tratti essere sulla buona strada nel tentativo di lubrificare il più possibile lo spettatore in vista dell’inevitabile svolta fricchettona dello yuppie in trasferta campagnola.

Non entrerò nei dettagli perchè magari a qualcuno interessa preservarsi la “sorpresa”, ma proprio quando sembra che il film voglia presentare una realtà in tonalità di grigio piuttosto che strettamente divisa in bianco e nero, ecco che la demarcazione tra i due campi viene tracciata con una sommarietà che nemmeno la linea Sigfrido. Il discorso sentimentale con inquadrature degli astanti che mano mano vengono commossi e convinti dalla sincerità del neo-convertito è il colpo di grazia, il diretto che ti abbatte dopo che il “colpo di scena” ha aperto un varco nella tua guardia e tu stai lì inebetito a pensare “ma porca puttana Gus…”.

Con tutto questo non voglio sminuire l’importanza della questione che il film si propone di portare all’attenzione del pubblico, questione sulla quale non sono affatto informato ma sulla quale non faccio fatica a immaginare che gli ammonimenti di Promised Land siano almeno in parte fondati. Qui però stiamo parlando di un film, non di un pamphlet divulgativo, e la retorica che ci viene somministrata è del livello di quella di Giovanardi sull’erba, livello che non dovrebbe essere toccato a prescindere dalla questione in ballo, e a maggior ragione se si pensa che essa sia in effetti di importanza capitale.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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