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Ray Charles: la sensazione cieca

Se è vero che sono le esperienze a plasmare gli animi, non c’è da meravigliarsi del fatto che Ray Charles sia riuscito a lasciare un segno così profondo nella storia della musica.

Un musicista in grado di trascrivere sul pentagramma le sue lacrime e i suoi sorrisi; un “genio”, come è stato più volte definito, capace di far apprezzare a chiunque il soul di una musica che, fino a quel momento, era rimasta “di nicchia”.

Egli è, infatti, un perfetto mix tra un immenso talento naturale ed una serie di esperienze, sia positive che negative, estremamente intense.

La sua storia inizia in Georgia, dove viveva con la madre e con il fratellino. È proprio in quelle strade polverose che ha il primo approccio con la musica: di tanto in tanto, infatti, abbandona i suoi amici ai loro giochi per ascoltare di nascosto un vecchio signore di colore, con un altrettanto vecchio pianoforte, suonare uno stride piano di fuoco sul retro della sua bottega.

Già nella sua infanzia si trova a dover affrontare delle situazioni decisamente più grandi di lui. Due su tutte.

La prima è la morte del suo fratellino, annegato in una tinozza per i panni sporchi nella quale era scivolato; il tutto sotto gli occhi di un piccolo Ray che, ingenuamente, interpreta fino alla fine quel frenetico dimenarsi come parte di un divertente gioco.

La seconda è il glaucoma che lo ha portato alla cecità all’età di otto anni, “quando avevo ancora paura del buio”.

Grazie agli insegnamenti ricevuti in una scuola per sordi e ciechi in Florida e, soprattutto, all’appoggio della madre, della quale lui manterrà sempre un bellissimo ricordo, riesce a superare le difficoltà dategli dal suo handicap e a costruirsi le basi di quello che sarà il suo inconfondibile stile, fondendo le tecniche apprese dagli studi classici con il jazz e il blues dell’epoca, musiche che sente più vicine alla sua verve.

La sua vera svolta artistica si verifica dopo la morte della madre, quando decide di abbandonare gli studi per immergersi a tempo pieno nella carriera musicale. Comincia a farsi un nome nei locali di Seattle, nel cui contesto incontra anche quello che resterà uno dei suoi più grandi amici, il trombettista e futuro direttore d’orchestra Quincy Jones.

Da un punto di vista stilistico, la sua musica ha subito diverse evoluzioni.

Le sue prime incisioni, ancora immature, si rifanno molto a quelli che, all’epoca, erano considerati i maestri del piano jazz, come Nat King Cole o Charles Brown.

Una prima virata verso la maturazione è possibile apprezzarla nel brano “Mess Around”, scritto da Ahmet Ertegün, presidente e fondatore della Atlantica Records, prima casa discografica ad occuparsi delle incisioni di Ray. Si tratta di un pezzo cruciale per la crescita culturale del pianista cieco, carico di quel blues sporco e verace che si divertiva ad ascoltare da bambino in Georgia.

È però con il brano “I got a woman” che si impone con prepotenza nelle classifiche R&B; il pezzo fece abbastanza scalpore: si tratta, infatti, di un testo profano accompagnato da una melodia gospel, un sacrilegio per gli uomini e le donne di chiesa. Ray aveva capito che, per riuscire a portare innovazione, doveva puntare su uno stile che riflettesse tutte le sue esperienze, dalla purezza della religione alla passione del sesso.

Quando passa alla ABC record, casa discografica più potente e affermata, inizia ad affrontare composizioni più impegnative, come “Georgia on my mind” o “I can’t stop loving you”, nelle quali può avvalersi di un’orchestra e delle sfumature cromatiche che questa è in grado offrirgli.

Nel 2004 si spegne a causa di un cancro al polmone, lasciando al mondo un’eredità musicale che gli fa meritare a pieno il titolo di “Genius”. Un insieme di melodie e suoni che permettono all’ascoltatore di “vedere” le emozioni come solo un cieco può fare. Una nuova chiave di lettura per i piccoli piaceri della vita. La sensazione cieca.

Consigli d’ascolto

“Hit the road Jack”, “What’d I say”, “I believe to my soul”, “(Night time is) The right time”, “Hallelujah, I love her so” e “Unchain my heart”.

About Pasquale Scognamiglio

Aspirante chirurgo con il vizio del pianoforte. Ben lungi dall'essere un musicologo, preferisco definirmi come uno a cui piace parlare di musica, che, lo diceva Miles Davis, insieme alla vita è una questione di stile. Oop bop sh'bam. Ho detto tutto.

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