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Zeta Tate- 2010

Dove la cultura non sparge il seme, invano ha arato l’arte.

Ancor prima della pianta, degli ortaggi, cereali e della frutta geneticamente modificata esiste a monte un’economia ai più sconosciuta, un mercato ricco e prolifico che è alla base di ogni processo e ciclo di vita: il mercato del seme. In Colombia aldilà dei tentativi di riconversione dei grandi campi coltivati a coca, marijuana e papavero da oppio, si combatte una guerra particolare, che vede gli agricoltori locali obbligati ad utilizzare sementi geneticamente modificate prodotte negli Stati Uniti e marchiate da multinazionali. Non si possono produrre semi propri perché banditi dal governo e non rischi di venire arrestato se hai nell’armadio chili di foglie di coca, bensì se possiedi un sacchetto di semi autoprodotti.
E poi esistono banche, impensabili e sconfinati depositi dove si accumulano e raccolgono semi su semi con lo scopo di preservare la varietà biologica e la sicurezza alimentare. Sono depositi ex situ volti a salvaguardare quelle risorse in situ che alla fine del loro percorso arrivano sulle nostre tavole.

Nel 2010 l’artista concettuale Ai Weiwei inondava la monumentale Turbine Hall della Tate Modern di Londra con semi di girasole: “Sunflower Seeds” il nome dell’installazione. Centomilioni di semi di porcellana dipinti uno per uno a mano da mille e seicento artigiani cinesi. Nessun legame con i semi colombiani e vi sono varie interpretazioni rispetto a tale intervento concettuale, certamente una evidente: l’individualità profonda di ogni seme lavorato a mano si perde nella straripante massa totale di semi della Turbine. Una chiara immagine della Cina espressa attraverso un piccolo insospettabile elemento.

Zeta Tate- 2010
Zeta Tate- 2010

In  quei semi individuali, quelli che ancora non sono stati certificati e definiti da leggi internazionali, quelli che nascono sotto le mani di un gruppo di locali in cerca di soluzioni alle proprie necessità, trova luogo anche un genere di architettura, così definita spontanea. In essa non vi sono regole fissate dalla comunità di tipo edilizio o urbanistico, bensì l’unico ruolo cardine della costruzione è quello di rispondere ad un’esigenza abitativa o lavorativa. Un episodio romano di grande vitalità lo possiamo trovare nella ex fabbrica del salumificio Fiorucci sulla Prenestina, occupata nel Marzo 2009 da individui di varie etnie in cerca di un luogo dove abitare. Nel 2012 apre all’interno della fabbrica il MAAM (Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia) dando vita ad un prolificare di opere di artisti che hanno ricoperto in un fisiologico horror vacui ogni parete, pilastro e trave delle vecchie strutture fatiscenti.

Gianfranco Notargiacomo, MAAM, photo Giorgio Benni
Gianfranco Notargiacomo, MAAM, photo Giorgio Benni

Dietro la fabbrica ed al suo interno si sviluppa un quartiere di baracche in lamiere metalliche e strutture fatiscenti che accolgono gli effettivi abitanti di questo luogo. Chi entra al Metropoliz è ospite di una dimensione che non nega, seppur colorandola, la propria precarietà.
Gli interrogativi che ci si pone di fronte a questo evidente risultato funambolico sono molti ed è cruda la realtà di un’ esigenza abitativa non istituzionalmente risolta. Il Metropoliz è una risposta ad un’emergenza ed è curioso ritrovare come nella stessa parola si abbia un doppio significato: emergenza intesa come urgenza d’intervento, e come emersione distintiva rispetto ad un contesto discordante.
Questo luogo seppur assente di architettura sta ponendo il seme per un altrove che non è un non luogo privo di identità come un ennesimo centro commerciale. Il suo forte lato identitario , anche se privo di stabilità architettonica, è qui presente. Nel secolo dei “non luoghi” già questa è una gran conquista e un punto di approfondimento.
La risposta istituzionale che venne data all’esigenza abitativa popolare in Italia la conosciamo attraverso i famosi esempi che si sono succeduti tra gli anni Sessanta e Settanta: lo Zen, le Vele, il Corviale per elencare i più noti. Se qui la presenza ben affermata dell’architettura ha fallito, vi è un contraltare coevo londinese che ebbe invece grande successo e da quartiere popolare quale fu pensato ora è una delle aree più quotate della City: il Barbican Estate. Frutto di un linguaggio brutalista, quale fu quello della Londra della fine degli anni Sessanta, il vasto complesso residenziale si raggruppa attorno ad un lago artificiale, ed ospita al suo interno un importante teatro ed un museo.

Barbican Estate, London
Barbican Estate, London

Anche qui, seppur operando un paragone iperbolico il nucleo forte della questione è la permeabilità magnetica della cultura all’interno dell’abitato. Se in uno il seme della cultura giustifica l’assenza stessa dell’architettura, nel secondo è quello che ne valorizza ed umanizza la presenza decisa.

Vi è dunque un altrove fruttifero dove spazi vitali come il Metropoliz possono portare, ma c’è anche bisogno di un’architettura che se ne vesta e dia stabilità a qualcosa che per ora manca di gravità. La ricerca sulla spontaneità di questi interventi è importante al fine di non snaturare la loro radice vernacolare ed al tempo stesso anonima. Così i grandi interventi di “architettura già vestita” devono considerare la necessità di un sedimento di partenza che accolga e stimoli i nuovi immaginari che vi andranno ad abitare poiché dove la cultura non sparge il seme, invano ha arato l’arte.

Per approfondire qui il link dell’intervista a Giorgio de Finis, uno dei timonieri del MAAM
http://www.artribune.com/2014/03/roma-e-una-metropoliz-intervista-con-giorgio-de-finis )

About Isabella Zaccagnini

Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

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