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Analisi del conflitto – The Clash of Civilization

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“L’evoluzione non ha dotato gli uomini della capacità di giocare a calcio. Certo, ha dato loro le gambe per calciare, gomiti per fare ostruzionismo, bocche per inveire, ma tutto ciò ci consente al massimo ad allenarci a tirare calci di rigore da soli.”   Yuval Noah Harari

Il termine conflitto deriva dal verbo latino confligere – cum fligere -, ovvero urtare contro, andare contro a qualcosa.  Alla radice del termine non vi è solamente l’idea di incapacità nell’avvicinamento fisico tra due o più soggetti quanto di una repulsione psicologica verso l’altro, verso le ragioni dell’altro e i suoi valori. Nella storia dell’evoluzione l’essere umano ha dovuto usare la propria immaginazione per “inventare” quelle regole sociali e quelle scelte di pensiero che sono diventate le basi portanti di ciascuna civiltà.

Queste fondamenta appaiono sempre più profonde e difficili da raggiungere: ogni civiltà, durante la propria storia, a sua volta non ha fatto che rafforzare le proprie regole distintive, in contrasto -in conflitto- con le altre. Le regole sociali, le regole politiche, le regole di potere. Le civiltà con più potere hanno rafforzato l’idea della loro autoproclamata superiorità, continuando ad alimentare non soltanto il confligere – l’incapacità di avvicinarsi,  al diverso – ma soprattutto il sentimento d’ingiustizia in coloro che volta per volta hanno giocato la parte del diverso nel confronto (incontro/scontro) diretto.

Una delle teorie più note sullo scontro tra civiltà è stata argomentata nel 1993 dal politologo americano Samuel P Huntington in seguito al conflitto tra USA e URSS, in relazione alla conclusione della Guerra Fredda e alle conseguenze che essa avrebbe continuato a ricreare a catena anche aldilà dello stesso conflitto conclusosi. Ricreare nel senso di riprodurre nella storia, circolarmente, gli stessi procedimenti regressivi non soltanto tra le due potenze uscite dal conflitto locale, ma tra quelle due aree geografiche che hanno mantenuto per millenni il profondo conflitto: l’Oriente e l’Occidente.

Per Huntington la vera radice del confligere non risiederebbe soltanto nelle cause di ordine politico ed economico legate al singolo Stato, le quali si esprimono e furono espresse nello scontro violento armato, quanto al concetto localizzato di Cultura e all’attaccamento spasmodico di ciascun assemblaggio geografico all’idea di una propria superiorità culturale nei confronti dell’Altro. La storia dell’umanità sembrerebbe condannata a vivere nel conflitto irrisolvibile, nell’incapacità per entrambe le parti di accettare il proprio essere allo stesso modo diversi: alla pari.

Allo stesso tempo le caratteristiche acquisite nella storia da ciascuna parte del mondo, la personalità e i tratti delle diverse popolazioni non sono altro che la riproduzione su scala maggiore dell’essere individuale, l’immagine ingrandita di quello che potrebbe essere un essere umano in conflitto con un altro (conflitto sociale) o con se stesso (conflitto interiore).

Il termine conflictus in psicologia rappresenta l’incapacità di giungere alla risoluzione e all’accettazione delle contraddizioni del proprio essere.  Se da un lato, nel soggetto psicanalitico, il conflitto avviene tra l’Io e l’Es attraverso meccanismi di difesa (negazione, proiezione, rimozione dell’altro o dell’oggetto), dall’altro il conflitto avviene tra l’identità di una delle parti del mondo e l’immagine fittizia creata in rapporto all’Altro/alle Altre.

Anche queste possono essere delle chiavi di lettura alla problematica culturale, molto discussa e criticata, introdotta da Huntington: la negazione dell’Altro rispecchierebbe l’annichilimento incompreso di una parte di sé, così come la negazione di una parte diversa del mondo e di un’altra cultura. Lo scontro inevitabile di cui parla Huntington in The Clash of Civilization si riferisce ad una divisione dettata non tanto dalle regole della politica e del mercato quanto dalla costante tensione culturale tra nove civiltà che egli identifica in: Occidentale, Islamica, Indù, Buddista, Latinoamericana, Ortodossa, Sinica, Giapponese e Africana. Ognuna di queste civiltà rappresenta un luogo di scontro, in quanto cultura edificata sul rafforzamento delle proprie tradizioni, soprattutto religiose.

Oggi, a vent’anni dall’articolo – The Clash of Civilizations – che Huntington fece pubblicare in risposta al suo contemporaneo Francis Fukuyama, il quale teorizzava la fine della storia in seguito alla Guerra Fredda con l’ingresso della globalizzazione in favore dell’Occidente, i conflitti danno ragione a Huntington: i conflitti verificano la sua teoria. Oltre all’aver visto nello scontro tra culture il fulcro delle guerre moderne, Huntington da un lato teorizzò l’allontanamento delle civiltà dal bipolarismo bellico, dall’altro un progressivo mutamento degli equilibri mondiali di potere a discapito dell’Occidente.

A  differenza degli animali, i quali ereditano gran parte delle loro funzioni attraverso il genoma, l’essere umano ha dovuto immaginare e creare un’infinita quantità di strutture e relazioni, attraverso millenni di civilizzazione per non ritrovarsi a saper tirare solamente calci di rigore da soli.

“La Cultura, o Civiltà, intesa nel senso etnografico più ampio, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società” (Tylor, 1871), rappresenta tuttavia l’aspetto più incisivo e pericoloso nel processo contemporaneo di comprensione tra diversità. Come un essere umano tende a conservare e difendere conflittualmente i propri aspetti identificativi all’interno di sé con sé stesso o con un suo simile, così anche una civiltà tende – non per natura ma per Cultura – a porsi conflittualmente nei confronti di un’altra, che essa sia indistintamente simile o dissimile.

Nel mondo che emerge, un mondo fatto di conflitti etnici e scontri di civiltà, la convinzione occidentale dell’universalità della propria cultura comporta tre problemi: è falsa, è immorale, è pericolosa.” Huntington

 

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About Costanza Fino

Costanza Fino
Vive su una nuvola di zucchero filato roteando su una bicicletta fatta di bambù. Laureata in filosofia politica, specializzata sull’India e sulle sue minoranze sociali, pensa a viaggiare, ascoltare, disegnare, fotografare, suonare e pedalare.

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