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I Mods: Una sottocultura che ci adorava.

Talkin ‘bout my generation” cantanovano i The Who: la generazione dei Mods.

E’ la pasqua del 1964 e su tutti i giornali d’Inghilterra compaiono gli articoli di una feroce rissa tra giovanissimi  svoltasi a Brighton, una località balneare del Sussex poco distante da Londra. I Mods fanno parlare di se e l’intera nazione scopre una nuova subcultura che ha qualcosa da dire; e lo dice attraverso i propri vestiti,  con i suoi motorini appariscenti e attraverso la sua musica: “Qualcosa deve cambiare, perché noi non vogliamo essere come i nostri padri”.

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Mod è l’abbreviativo di modernism, termine che venne coniato inizialmente per definire propriamente i fan del “modern jazz”, ma ben presto divenne il termine di riferimento che indicare la subcultura giovanile che si sviluppò a Londra e dintorni tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60. Lo sviluppo di questa sottocultura trova le proprie radici nel tessuto medio dell’Inghilterra post-guerra e le proprie motivazione nella fase socio-economica vissuta in un paese, che pur figurando tra i fondamentali vincitori della seconda guerra mondiale, si trovò ad affrontare ancora per un decennio le ristrettezze dei tempi di guerra sfociando nel malcontento diffuso in tutta la popolazione. Mentre la ripresa economica inglese si affacciava timidamente portando i suoi frutti, i giovani inglesi figli della working class rinnegavano il tradizionalismo delle vecchie generazioni e si tuffavano a costo di privazioni e sacrifici in quel consumismo che diede poi vita al mito della Swinging London. I ragazzi mod dichiaravano spesso che – “non avrebbero mangiato piuttosto di poter comprare i loro costosi vestiti” -.

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Fondamentale della sottocultura mod era infatti l’estremamente attenzione dedicata al look. Tagli di capelli new french line, abiti sartoriali dalle stoffe di grammature leggere ed appariscenti, dai tagli essenzialmente asciutti: prediligevano giacche a tre bottoni e portavano pantaloni dagli orli strettissimi, mai superiori a 18 cm e corti al collo del piede (modello Sta-Prest, come quelli che sono tornati di moda adesso). Le camicie venivano commissionate con colli alla francese dalle finiture stondate e abbinate con cravatte sottili, ma spesso al loro posto venivano indossate le celebri polo lanciate sul mercato dal tennista inglese Fred Perry. Bazzicavano negozi come John Stephens in Beak Street , Cecil Gee e Lou Austin in Shaftesbury Avenue, Vince in Newburgh Street, His Clothes in Carnaby Street. Calzavano desert boot (Clark’s) o mocassini college con frange con le nappe. E per proteggersi dal freddo e dall’incessante pioggia londinese indossavano regolarmente parka M51 “a coda di rondine”( di fattura americana, usati durante la Guerra di Corea 195o-53) . Altro segno inconfondibile dei mod era la predilezione come mezzi di trasporto di scooter di importazione italiana quali Vespe e Lambrette che venivano adornati di luci supplementari e dozzine di specchietti cromati per richiamare l’attenzione e mettersi in mostra. Ogni cosa veniva insignita del simbolo portato dagli aerei della Royal Air Force, quello che spesso viene confuso con un bersaglio ma che altro non è se non la stilizzazione delle coccarde dei moti nazionalisti risorgimentali (poi segno distintivo per riconoscere gli aerei durante le due guerre mondiali).

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Sotto l’aspetto culturale, sicuramente scarno, i mod concentravano la loro attenzione sul cinema d’essai francese e italiano, e  passavano gran parte del tempo a leggere riviste di moda italiane. Sostanzialmente apolitici e distanti da un certo tipo di lotta di classe, per i mods la demarcazione non era tanto sociale, quanto frivolamente stilistica: fintanto che ci si possono permettere gli stessi vestiti, lo stesso mezzo di locomozione e si ascolta stessa musica le barriere sociali non contano. Questa era la ragione che li spingeva a scontrarsi duramente e continuamente con la contemporanea subcultura dei Rockers (giacche di pelle borchiate, motociclette di grossa cilindrata, blue jeans e sciarpe bianche al collo).

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La musica che ascoltavano i mods era inizialmente musica afroamericana dalle sonorità soul e ska, il rhythm and blues, in particolare quello prodotto dell’etichetta Motown Records, ma anche il jazz e il bluebeat. In un secondo momento invece l’attenzione si sposto sul panorama della musica beat e al fenomeno della British Invasion, i Beatles, gli Who, gli Small Faces, i Kinks, lo Spencer Davis Group, gli Action, The Yardbirds, gli Artwoods e i Creation.

Non è mai esistita e non esiste tutt’oggi un genere musicale mod, esiste piuttosto un insieme di tendenze di generi e sonorità che i mod hanno deciso di ascoltare e tramandarsi.

Comune tra i Mods era fare uso di anfetamine, all’epoca legali e reperibili tramite semplice ricetta medica come aiuto al dimagrimento (poiché anoressizzanti). L’uso primordiale delle anfetamine era motivato dalla ricerca massimizzare il tempo libero a discapito del bisogno di sonno. Attraverso l’assunzione di questo unico tipo di droga ( o pastiglie di Speed) riuscivano durante il week end a frequentare cafés e club, andare a ballare,  e senza mai dormirei, prendere regolarmente i ritmi lavorativi dei giorni feriali per poter mantenere le loro spese. Un week end tipo di un mod viene raccontato nel film Quadrophenia di Franc Roddam ( dove compare ad impersonare l’idealtipo di Mod un giovanissimo Sting).

L’assunzione di droghe( in seguito anche LSD) e la progressione di tendenze interne al movimento porto alla frammentazione della subcultura in differenti correnti e ulteriori sottoculture.  I primi skinhead infatti erano dei mods. Nei i tardi anni settanta il movimento mod si affievolì progressivamente lasciando il posto a nuove mode. Mentre nei primi anni ottanta una così detta “ondata  revivalistica”  vide l’espandersi di questa tendenza in America, e nel resto dell’Europa (compresa l’Italia).  Oggi del movimento mods è rimasto poco e niente; il loro stile viene più che altro imitato o emulato da nuovi gruppi musicali, sopratutto nel panorama indie rock, e nelle città si conta qualche ristretto circolo o club di NeoMod nostalgici.

 

 

About Davide Bartoccini

Davide Bartoccini
Aspirante giornalista, scrittore e acclamato mondano. La mia massima aspirazione è quella di conoscere la verità e l'essenza di tutto ciò che mi circonda, del resto "VI VERI UNIVERSUM VIVUS VICI". Mi interesso di attualità, storia, moda, costume e sociologia. Amo la letteratura, il cinema, viaggiare, la fotografia, il whisky invecchiato e l'alta sartoria. Credo fermamente nel pensiero di Bukowski: "La gente è il più grande spettacolo del mondo, e non si paga il biglietto."

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