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Breve guida alla discografia dei Cure

Robert Smith ha l’età di mio padre. Nato nel 1959 a Blackpool, è l’unico membro della formazione originale del 1976, anno a cui risale la prima formazione dei giovanissimi Cure, ai tempi Easy Cure. Formazione incredibilmente instabile quella dei Cure, che oscilla nell’arco della carriera trentennale da tre a sei elementi.  Qui forniamo una piccola guida per destreggiarvi nei ben ventisette album, fra dischi in studio, live e raccolte. Perché “Boys don’t Cry”, “Friday I’m in Love” e “Lullaby” sono belle, ma c’è molto, molto di più.

Standing on The Beach – The Singles 1978-1985// Galore – The Singles 1987-1997

Non è mia abitudine consigliare i “best of” o le compilation, ma queste due, licenziate rispettivamente nel 1986 e nel 1997 – oltre a essere compilate con estrema attenzione – mostrano l’indiscutibile capacità di scrivere singoli irresistibili, presenti pressoché in tutti gli album, compresi quelli più ostici. Provate ad ascoltarli uno dopo l’altro, e vi farete un’infornata di capolavori per più di due ore di musica.

Seventeen Seconds (1980)

Il secondo album inaugura l’iconografia che legherà per sempre il nome dei Cure a stati d’animo cupi e angosciati. Il disco è minimale, con lunghi accordi sospesi e galoppate funeree che si snodano nell’arco di trentacinque minuti, durata particolarmente agibile e che rende l’album il più fruibile del periodo ‘cupo’ della band. Importante anche la presenza del tastierista Matthieu Hartley, che ebbe semplicemente l’enorme merito di inserire le tastiere nell’immaginario musicale di una band che non ne avrebbe mai più fatto a meno, benché lo stesso lasciò (o meglio, fu cacciato) la band nello stesso anno.

Disintegration (1989)

I fantastici anni ottanta dei Cure si chiudono con quello che per tantissimi è il loro miglior album, e quello che senz’altro è l’anno della definitiva consacrazione. LP che viene considerato il ritorno al dark, dopo un paio di dischi di stampo marcatamente pop. Album dagli arrangiamenti sofisticati, dalla durata proibitiva (scavalla l’ora); un ritorno all’inquietudine che sorprendentemente diventa l’album più venduto della storia della band. “Disintegration” è una raccolta di fotografie di un quasi trentenne in crisi d’identità, il capolavoro di Robert Smith come cantante e autore di canzoni.

 

Three Imaginary Boys (1979)// Boys Don’t Cry  (1980)

Three Imaginary Boys è il primo disco dei Cure, in cui si presentano nella classica formazione del trio rock. L’album mostra da subito uno dei principali talenti di Robert Smith: scrivere pezzi pop semplici che hanno in seno un’aura di malinconia e decadenza. I Cure fanno uscire due diverse edizioni dell’album. La prima è considerata il loro vero esordio, la seconda, uscita negli States – e che io preferisco – contiene i tre singoli non presenti nell’edizione precedente le travolgenti “Boys Don’t Cry”, “Jumping Someone Else’s Train”, e “Killing An Arab”.

Pornography (1982)

Su questo album sono stati sprecati fiumi d’inchiostro, spesso alimentandone più del dovuto il mito, e per una serie di coincidenze fortunate- oltre al fatto che, sì, è un grande album- diventò il disco più amato dai fan della band. I Cure erano nella prima delle loro cicliche fasi di crisi interne,  che culminarono nella depressione quasi cronica di un Robert Smith sempre più nichilista, depresso, fatalista. Questi sentimenti si riflettono perfettamente in “Pornography”, che diventa il punto di riferimento dei ‘dark-kids’ di mezza Inghilterra, orfani di Ian Curtis.

 

Altri dischi consigliati:

 The Head On The Door (1985)

Faith (1981)

Wish (1992)

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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