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Tra architettura e fotografia: il genio di Gabriele Basilico

“La fotografia può servire come uno sguardo non scientifico, ma impegnato, “artistico”, quasi a rivelare una realtà che magari è protetta e giace nascosta nel mondo che sta davanti a noi”

A parlare questa volta è uno dei più grandi fotografi della cultura nostrana, ed in particolare un grandissimo professionista nell’arte della fotografia di paesaggio; stiamo parlando di Gabriele Basilico. Scomparso di recente, purtroppo, il 13 Febbraio 2013, egli lascia dietro di sé un modo di vedere il paesaggio nuovo, diverso, che deriva ovviamente dai suoi maestri e dalle tendenze artistiche che lo hanno accompagnato per tutta la sua vita, come l’opera del maestro De Chirico.

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La sua passione nasce quasi per caso ed a strettissimo contatto con i suoi studi di architettura negli anni ’60; il punto di svolta si avrà nel ’69 quando con la futura moglie Giovanna intraprende un viaggio per Glasgow. Qui la periferia rovinata dal tempo lascerà nel fotografo un senso di romanticismo, di rapimento molto intenso, che riporterà nelle sue foto con una grande forza espressiva. La carica enfatica viene data sicuramente anche dalla scelta di adoperare foto esclusivamente in bianco e nero per questi lavori; nessun colore deve distogliere l’attenzione dalle geometrie, dalle linee, dai vuoti. Sulla scia di questa idea realizza il reportage su Milano “ritratti di fabbriche”, primo vero lavoro fotografico e di ricerca. Il successo è immediato e straripante.

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Il suo modo di rappresentare l’architettura è nuovo ed estremamente accattivante. L’idea di uno spazio vuoto che sia tuttavia pieno di forza, di significato, di emozioni. L’immobilità, l’immanenza delle immagini fanno da padrone nelle foto di Basilico, caratteristiche che si ritrovano fortissime nei quadri di De Chirico. Sono le fughe delle linee, le prospettive a caratterizzare la sua opera. Come una quinta teatrale che si apre vuota prima che inizi lo spettacolo creando stupore, attesa e soprattutto silenzio nello spettatore, un silenzio forte, pesante, denso, così egli vuole rappresentare la città ed il paesaggio architettonico.

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Nel 1991 viene coinvolto dalla scrittrice libanese Dominique Eddé per un progetto di documentazione fotografica sulla capitale del Libano, Beirut. La città infatti si presentava dilaniata da 15 anni di guerra civile ed obbiettivo del progetto era proprio quello di dare “un stato di fatto”, una storicità a tutta quella distruzione e devastazione; «sul piano emotivo, – egli scrive – volevo combattere il sentimento di dolore di fronte ad una città la cui bellezza era impressionante quanto la sua devastazione».

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Negli anni che seguirono fu attivo in più di 30 città, per raccontare in modo sempre estremamente analitico e descrittivo le influenze che l’uomo e le tendenze dei tempi portarono al formarsi e al modificarsi delle città stesse. Cercare di mostrare come l’economia, il consumismo, la globalizzazione di massa influirono sui luoghi più vissuti e utilizzati dall’uomo, il loro habitat, le loro case; questo il suo intento. I forti contrasti tra industria, ricchezza, povertà, artigianato, sovraffollamento sono temi ricorrenti nelle immagini del fotografo italiano.

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Ma Basilico non è solo paesaggio. In uno dei suoi lavori giovanili, in un periodo dove il design industriale era estremamente eterogeneo e forte in Italia, egli curò il catalogo “Contact” in accordo con il Centro Studi Cassina. Essendo questa un’azienda che produceva per lo più sedie, l’idea fondante per Basilico fu quella di mostrare quel rapporto oggetto-corpo che vedeva l’uomo interagire con l’opera di design. Da qui l’idea di affiancare una foto della seduta al “disegno” che essa riproduceva sulla liscia pelle dei glutei della modella. Idea estremamente d’avanguardia e intelligente, si può considerare estremamente attuale e d’impatto per rappresentare un prodotto.

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Il suo lavoro di fotografo è sempre stato affiancato da un infaticabile lavoro di produzione scritta con cui cerca di spiegare il suo pensiero, la sua opera e soprattutto le sue città. In alcuni libri egli tenta addirittura di spiegare come fare fotografia di architettura, la sua più grande passione ed onnipresente filo conduttore del suo estro.
Chiudo questo omaggio ad un grande maestro della fotografia contemporanea con una sua citazione se vogliamo quasi banale che però rappresenta perfettamente il suo lavoro:

“Cerco di creare un dialogo con il luogo: io lo esploro, lui mi rimanda delle cose”

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