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La ragazza dei (brutti) sogni di David Fincher

David Fincher non è un regista che mi aspettavo di arrivare a considerare un grande. Continuo a trovare molti dei film che gli hanno dato notorietà oscillanti tra il mediocre e il terribile, ma The Social Network è stato una rivelazione per me e un nuovo inizio per il regista, che sembra aver trovato una definitiva maturità stilistica. I film successivi al capolavoro del 2010 confermano questo stato di grazia, non tanto -o non solo- per la qualità generale che li contraddistingue, quanto piuttosto per la costanza di alcuni tratti stilistici e collaborazioni che hanno dato coerenza al lavoro di un cineasta che nei primi anni, pur affermandosi presso pubblico e critica, aveva faticato a elaborare un linguaggio visivo adatto a rendere su schermo le sfumature dei suoi film.

Per molti anni è stato come se al buon David mancassero le giuste parole per esprimere concetti che risultavano comunque comprensibili, ma non del tutto concretizzati dai suoi lavori. Adesso questo linguaggio è stato pienamente articolato, e i risultati di cui godiamo sono film di una precisione ed esattezza visive che non hanno eguali nella Hollywood contemporanea.

La sua ultima fatica, Gone Girl, la cui uscita nelle sale italiane è prevista per il 18 dicembre, risulta in questo senso addirittura più compiuta dei due film precedenti, e raggiunge quello che per ora è l’apice del freddo e impeccabile meccanismo che è il suo cinema. E’ difficile riassumere la trama di Gone Girl senza svelare più di quanto non sia opportuno, per cui mi limiterò a dire che l’elemento centrale della trama, come il titolo lascia intendere, è la sparizione di tale Amy Dunne e l’altro pilastro del film è il rapporto tra la ragazza scomparsa e suo marito, un classico ragazzotto del midwest interpretato da Ben Affleck.

La rete di inganni tesi da un personaggio ai danni dell’altro e dalla sceneggiatrice ai danni dello spettatore è sicuramente parte del motivo del successo del film, ma ancora più interessante è notare la dinamica contrastata tra direzione e scrittura del film. L’umorismo nero ha sempre rappresentato una certa percentuale nella miscela dei film di Fincher, ma mai come in questo caso questa percentuale è stata così significativa, e mai come in questo caso l’attrito tra una sceneggiatura graffiante e lo stile glaciale e metallico del regista ha messo in risalto la raggiunta cristallizzazione di quelle che erano solo intuizioni in film come Seven o The Game.

A creare la superficie del film (non nel senso che si tratti di un elemento superficiale, ma semplicemente il primo che va a sbattere con le percezioni dello spettatore) così liscia da sembrare un modello astratto, contribuiscono in maniera particolare due aspetti. Il primo è il sensazionale montaggio, così perfetto e matematico che quasi infrange i canoni di invisibilità hollywoodiana, il secondo è la colonna sonora, ancora una volta firmata da Trent Reznor e Atticus Ross, ormai considerabili anime gemelle non solo tra loro, ma con Fincher. Un riuscitissimo triangolo il cui quarto vertice è rappresentato di volta in volta dallo sceneggiatore di turno, che, per continuare con la metafora debolmente geometrica, rappresenta la quadratura del cerchio sensoriale di Gone Girl, perfettamente aderente alle sue fondamenta visuali.

Un altro successo dunque per un regista nel bel mezzo della sua piena maturità. Non è dato sapere quanto a lungo questo stato di grazia si protrarrà, ma non possiamo che augurare lunga vita al precario equilibrio su cui si reggono questi film e l’ispirazione dei loro creatori.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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