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Imparare dalle scuole

L’architettura, come qualsiasi altra disciplina che sia alla ricerca di un’ ispirazione artistica, si compone spesso di richiami impercettibili, di memorie nascoste o involontarie. Capita spesso, nella redazione di un progetto, di affidarsi a suggestioni passate, o di ritrovare in idee apparentemente nuove, strade già percorse da qualcuno prima di noi.

Come ci suggerisce Francesco Venezia, tale condizione è stata descritta da Giacomo Leopardi con il termine di rimembranza: l’immagine (e l’emozione che essa produce) è assorbita e immagazzinata, nell’attesa del momento giusto per tornar fuori ed essere riusata. Fin qui nessuna nuova considerazione, soprattutto se si pensa quanto l’osservazione di ciò che è stato già costruito o immaginato, rappresenti parte fondamentale della continua formazione di un architetto.

Sembra allora evidente come l’ambiente che ci circonda influisca non solo sul nostro modo di vederlo ed analizzarlo, ma anche su quanto di esso ricorderemo in futuro. E se tra i primi ricordi di ognuno spesso si trova la scuola, capiamo quanto queste architetture siano importanti nella formazione del senso estetico di ciascuno di noi. Sono i primi spazi diversi dalla casa entro i quali passiamo gran parte del nostro tempo, dove si scopre lo spazio delle relazioni e del confronto.

Eppure, molto spesso, questi edifici sono lontani dalle richieste funzionali e formali che, invece, dovrebbero assolvere: da tempo si è smesso infatti di costruire nuove scuole, scegliendo di adattare quelle vecchie alle necessità contemporanee. E troppe volte si demanda ad aggiustamenti superficiali una impossibile rivisitazione formale. Se decidessimo, allora, di prendere in prestito le definizioni che Robert Venturi ha formulato per gli edifici commerciali della periferia americana (1), ci troveremmo nella condizione di dividere le scuole in due grandi categorie: da una parte i decorated shed, ovvero degli edifici  banali che cercano, attraverso colori superficiali e mimesi estetiche di migliorare la propria condizione, e dall’altra parte dei duck, ovvero edifici che fanno della loro forma specifica l’elemento caratterizzante della propria natura. Il rischio, in entrambi i casi, è che la funzionalità ne esca compromessa, se non addirittura penalizzata.

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I primi rinunciano, per ragioni quasi sempre economiche, alla propria caratterizzazione formale: sono edifici costruiti per risolvere, in poco tempo, i problemi di spazio o inadeguatezza delle scuole già esistenti. Sono molte le scuole ascrivibili a questo gruppo, probabilmente la maggior parte, ma sono quelle che, con piccole sistemazioni, renderebbero possibili miglioramenti efficaci per farle diventare ambienti più confortevoli.

Un esempio efficace di duck, invece, ovvero di un edificio che fa della propria forma la caratterizzazione principale può essere la scuola che Aldo Rossi progettò nel 1972 per Fagnano Olona. Per un architetto come Rossi, che faceva della citazione delle proprie rimembranze l’essenza del proprio linguaggio, il progetto è inteso come un organismo composto da parti distinte (e quindi facilmente riconoscibili), assemblate in relazione poetica per formare un’immagine complessiva difficilmente penetrabile a chi non ne colga il significato sentimentale (2). Sarebbe interessante capire quali siano le emozioni che essa suscita in un bambino che in questa scuola trascorre gran parte delle sue giornate. Oltretutto, l’adeguamento eventuale alle mutate necessità di un edificio simile, non è un lavoro scontato; renderebbe necessario il confronto con l’opera di un maestro dell’architettura internazionale, limitando fortemente le possibilità di intervento.

Un’altra caratteristica delle nuove costruzioni, che andrebbe analizzata con più attenzione, è quella per la quale le scuole non partecipano più in maniera attiva alla formazione della città che le circonda. Se fino a qualche decennio fa, esse stesse definivano il tracciato urbano occupando per intero porzioni di vie o quartieri, oggi i loro muri perimetrali sono arretrati rispetto alle strade, facendo così mancare il rapporto diretto con il resto della città. Anche questo è un elemento particolare, soprattutto se si pensa a come esse costituiscano in realtà il campionario più variegato della società che, intorno ad esse, vive. La loro unica via di comunicazione con la città è spesso l’ingresso, che però resta quasi sempre chiuso, sia per la necessaria protezione dei bambini all’interno, che per una mancata abitudine alla relazione con l’esterno.

Ma anche il rapporto tra le stesse parti interne di una scuola è spesso complesso, se non  addirittura assente. Il giardino, elemento considerato da sempre fondamentale in una scuola, non sempre è direttamente accessibile o utilizzabile, sebbene dovrebbe costituire la continuazione naturale dello spazio delle aule.

Il progetto per una scuola a Tokyo di Tezuka e Takaharu del 2007, risolve in maniera definitiva il rapporto interno/interno tramite la creazione di un unico elemento ellittico, una sorta di grande aula continua che definisce in questo modo un grande spazio centrale che non è più inteso come risultato di elementi affiancati, bensì lo spazio intorno al quale si organizza la vita della scuola. In più, per sovvertire fino in fondo l’immagine tradizionale, anche il tetto viene usato come spazio per le attività all’aperto.

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Tra l’esempio di Aldo Rossi e quello di Tezuka sono trascorsi oltre quarant’anni. Il loro accostamento non vuole e non può essere di tipo estetico, appartenendo a personaggi diversi sia per formazione che per cultura. Vuole bensì rappresentare una considerazione di come, ancora una volta, un medesimo problema possa trovare soluzioni differenti.

Ogni scuola rappresenta, in realtà, un mondo a sé. Per ciascuna esiste un diverso modo di rispondere, col tempo, ai problemi che il progetto architettonico non è riuscito a risolvere, o che ha risolto solo in parte. Devono essere osservate, allora, come una delle parti più attive dell’architettura della città, sebbene dall’esterno appaiano invece concluse in sé stesse, edifici che ciclicamente si riempiono e si svuotano restando sostanzialmente immutate. In più, riformulare l’immagine di nuove scuole, che siano funzionali e accoglienti, potrebbe costituire l’occasione per avere rimembranze meno negative nel momento in cui ci si ricorderà di esse, contribuendo anche alla formazione di un nuovo senso estetico.

(1) R. Venturi, D. Scott Brown, S. Izenour, Imparare da Las Vegas: il simbolismo dimenticato della forma architettonica. a cura di Manuel Orazi ; traduzione di Maurizio Sabini. Edizioni Quodlibet, Macerata, 2010

(2) A. Rossi, Autobiografia scientifica, Nuova Pratiche Editrice, Milano 1999

About Alessio Agresta

Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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