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Il grigio cielo sopra Lodz

Non so quanto l’associazione sia realmente fondata nella realtà storica, ma posso dire con certezza che arrivati nel ventunesimo secolo bisognerebbe bandire i film ambientati in un paese del patto di Varsavia che utlizzano la paletta cromatica più scabra e deprimente possibile per ricreare un’atmosfera che ci è stata già ampiamente conculcata da migliaia di pellicole. Non vedo come possa valere la pena di sottolineare che la vita sotto il comunismo fosse grigia e ripetitiva più di quanto lo sia far presente che in Italia si mangia la pasta col pomodoro, specie considerando che un tale monocromatismo non può non essere una visione superficiale e priva di sfumature.

É con questa premessa che mi appresto a parlare di Ida, un film polacco girato da un regista che ha da sempre lavorato primariamente nel Regno Unito pur essendo nato a est dell’Odra. La pellicola ha riscosso il plauso di molti festival internazionali, oltre ad essere stato un discreto successo al box office considerata la tipologia di film in questione.

Parliamo di un film girato in un bianco e nero estremamente austero che racconta la storia di Ida, un’orfana ormai ventenne che sta per prendere i voti da suora quando viene messa in contatto con una sua zia, un magistrato piuttosto importante ma ormai emarginato dai circoli del potere, che le rivela di essere in realtà figlia di ebrei uccisi durante la guerra. Da qui Ida intraprende un viaggio che è in parte una ricerca delle proprie origini, in parte un’esplorazione dei possibili orizzonti esterni al convento, orizzonti verso i quali l’interesse della ragazza appare molto oscillante per motivi che il regista e gli sceneggiatori non sembrano molto interessati ad approfondire.

Questo è, per come la vedo io, il problema principale di un film che punta molto forte sull’ambientazione e l’atmosfera pur avendo relativamente poco da offrire sotto quegli aspetti per tutti i motivi di cui parlavo sopra. Certo, la fotografia è molto elegante e in generale il film si lascia guardare piacevolmente, ma questo non impedisce al tutto di venire avvertito come un tentativo di approssimarsi ad un’idea preconcetta di come quel periodo e quell’ambiente debbano essere rappresentati, e la sbandata verso un’estetica da servizio di moda nelle sequenze in cui Ida abbandona momentaneamente l’abito monacale per esplorare i piaceri della vita secolare sembra un’implicita ammissione di come non ci sia un’idea estetica di fondo maturata dal regista ma semplicemente la volontà di rievocarne una preconfezionata.

Ribadisco, le potenzialità del regista sono evidentemente in mostra, e consiglio senz’altro il suo film precedente “My summer of love”, ma il bagaglio che film del genere si portano appresso è quasi sempre troppo pesante perchè tutti tranne i più grandi registi possano sostenerne il peso.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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