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Scandalo H&M: una 17enne svela la verità sul colosso del low cost

Dieci euro e cinquanta di qua, ventinove euro e novanta di la, a chi non è mai capitato di rimanere stupita della facilità con cui si riescono a spendere cifre altissime anche nei negozi low cost? Certo, usciamo dal negozio con buste enormi piene di capi ultra basic o iper stravaganti e alla moda. In tempi di crisi quasi nessuno è più disposto a investire patrimoni in Kimoni all’avanguardia o futuristici anfibi con il carrarmato che dopo qualche mese saranno già preistorici. Poco importa se i tessuti non sono eccellenti, se i pantaloni cedono dopo qualche lavaggio, le camicette avvizziscono e i golf fanno i pallini: sono mode del momento. I modelli poi sono identici a quelli delle grandi firme, a volte anche migliorati. Ma qual è il vero prezzo del low cost? Hanno provato a scoprirlo a loro spese tre giovani fashion blogger norvegesi che hanno raccontato come vengono prodotti gli abiti di H&M che troviamo nei negozi di tutto il mondo e ai quali ormai siamo affezionati perché sempre alla moda e a un prezzo accessibile.

Si chiama Sweat Shop ed è un docu-reality realizzato dal quotidiano norvegese Aftenposten su una delle più grandi catene di negozi di abbigliamento “low cost”, il colosso svedese H&M. Le giovani fashion blogger norvegesi sono state inviate in Cambogia, uno dei paesi dove l’azienda produce la maggior parte dei capi, e hanno lavorato per un mese nei laboratori tessili dove vengono realizzati gli abiti, vivendo nelle stesse condizioni degli operai: tra alloggi fatiscenti e turni di lavoro massacranti.

Lo scopo è stato quello di dimostrare che dietro agli abiti che indossiamo tutti i giorni c’è tanta gente sfruttata e trattata al limite del rispetto dei diritti umani. Non è una novità che nei paesi del sud-est asiatico ci siano milioni di persone che lavorano anche per 16-18 ore al giorno con uno stipendio molto al di sotto di quello che considereremmo “salario minimo”, in condizioni igienico-sanitarie spesso molto precarie e senza tutela alcuna. E le grandi catene dell’abbigliamento come Hennes & Mauritz, ne approfittano.

Anniken Jørgensen, 17 anni, è una delle tre blogger che ha partecipato al reality e ha deciso di raccontare la verità, intraprendendo da sola una campagna per far conoscere al mondo le reali condizioni dei lavoratori tessili cambogiani. Alle altre infatti era stato chiesto di omettere molte cose.
La ragazza non ha avuto paura e si è scontrata con il colosso svedese cominciando a fare i nomi delle aziende coinvolte nello sfruttamento degli operai. Situazioni raccontate sul blog che erano state accuratamente censurate anche dallo stesso Aftenposten.

E così, grazie al tam tam del web, la denuncia di Anniken ha cominciato a prendere il largo, diventando virale insieme alla sua iniziativa di boicottare H&M e i suoi abiti. Fino al punto che la stessa azienda ha chiesto di poterla incontrare nella sede principale di Stoccolma annunciando, nello stesso tempo, di aver preso provvedimenti nei confronti dei laboratori tessili a cui commissiona la realizzazione degli abiti.

About Maria Teresa Squillaci

Maria Teresa Squillaci
Caporedattore Moda&Costume. Giornalista. Ho lavorato a La Stampa, Rai News24 e Sky Tg24. Nata a Roma, ho vissuto a Madrid dove lavoravo come ufficio stampa e social media manager. Scrivo di tutto quello che mi capita, dalla politica, alle sfilate, ai bigliettini di auguri, ma la cosa più difficile che ho fatto è stata scrivere questa auto-biografia. Twitter: @MTSquillaci

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