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La fine di Béla Tarr

Béla Tarr è un po’ la quintessenza del regista di culto. Pressochè sconosciuto al di fuori dei circoli cinefili, proveniente da un piccolo paese con scarsa tradizione cinematografica, incrollabile fautore di uno stile che lo caratterizza inequivocabilmente dopo cinque minuti di una qualsiasi delle sue pellicole maggiori, rimasto anche fuori dai circuiti festivalieri più chic, il cineasta ungherese è sicuramente una delle figure più affascinanti del panorama internazionale degli ultimi trent’anni. Il cavallo di Torino, vecchio di ormai di due o tre anni, è il suo ultimo film, nel senso che il regista ha pubblicamente dichiarato che a questo punto è riuscito a esprimere coi suoi film tutto quello che voleva esprimere e che continuare a esercitare la professione equivarrebbe a copiare se stesso senza aggiungere nulla di rilevante alla propria opera.

Il suo lavoro conclusivo presenta tutti i tratti che hanno caratterizzato i suoi film più “recenti” (a partire da Perdizione, del 1988) e celebrati: l’intenso bianco e nero, le lunghissime inquadrature, l’atmosfera apocalittica, la secondarietà della sceneggiatura. Il cavallo di Torino è infatti interamente ambientato all’interno di una catapecchia dove un vecchio padre e sua figlia conducono una grama esistenza attendendo il termine di una tempesta di vento mentre il loro cavallo comincia a rifiutarsi di mangiare in preda a una sorta di crisi depressiva equina. Le due ore e mezzo di film sono riempite dalle quotidiane operazioni di sopravvivenza, come la vestizione del vecchio disabile, la bollitura delle patate che costituiscono l’intera dieta dei due, i magri pasti che ne conseguono, il prelievo dell’acqua dal vicino pozzo e la cura dell’animale, sempre meno convinto che valga la pena rimanere in vita.

Come si può notare il film risponde in maniera quasi comica ai canoni di film autoriale depresso su cui potrebbe fare ironia un Checco Zalone a caso; questo fatto di per sè non costituisce un motivo di critica nei confronti della pellicola, e sicuramente non toglie nulla al folgorante talento visivo di Tarr che resta motivo più che sufficiente per consigliare la visione della sua ultima opera a chiunque disponga della spanna di attenzione necessaria, ma per quanto mi riguarda fa quantomeno riflettere con un certo scetticismo sulle dichiarazioni di cui sopra. Ci sarà chi dissentirà, ma non credo sia esagerato dire che l’intera carriera di Tarr sia costituita di variazioni sul tema che potremmo sinteticamente ma abbastanza esaustivamente riassumere con la semplice affermazione che “la vita è una merda”. Non vedo la cosa come una diminuzione della sua opera, e si possono fare svariati esempi di cineasti di portata storica che hanno passato la loro intera carriera a rifinire un particolare stile appoggiandosi a temi familiari (Ozu su tutti, ma si potrebbe dire qualcosa di simile di Hitchcock o Bergman); l’autore stesso in molte interviste invita a concentrarsi sulla bruta sensorialità delle sue pellicole, piuttosto che a spendersi in uno sforzo ermeneutico.

Personalmente questo è l’approccio che ho a qualsiasi film, probabilmente anche quando un altro sarebbe più adatto, ma mi pare particolarmente utile per “analizzare” l’opera di un personaggio le cui doti intellettuali, al contrario di quelle artistiche, mi restano dubbie. Cerco di evitare il dibattito sugli uomini dietro alle opere perchè nella stragrande maggioranza dei casi non può far altro che condurre a cocenti delusioni, ma in questo caso voglio se non altro sconsigliare la lettura delle interviste del regista perchè la visione del mondo di Béla Tarr sembra in esse molto vicina a quella che si potrebbe attribuire al protagonista de Il cavallo di Torino -di cui allego un’esplicativa foto- nonostante i suoi film potrebbero lasciar immaginare una profondità di visione quasi profetica. Purtroppo il grande talento del cineasta magiaro cela semplicemente un burberone di mezza età che se facesse il tabaccaio voterebbe Grillo, e fareste bene a non dipanare il senso di mistero suscitato dalla visione dei suoi film (che resta consigliatissima).

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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