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Sul peso del vuoto

James Turrell, Aten Reign, Guggenheim NY, 2013

 

“I have an art that has no image. It has no object. And even very little a place of focus, or one place to look. So, without image, without object, without specific focus, what do you have left? Well, a lot of it is this idea of seeing yourself see, understanding how we perceive.”

“La mia è un’arte senza immagine, senza oggetto”. Queste le parole di James Turrel al pubblico dopo la grande installazione, nel Guggenheim di New York, Aten Reign del 2013.
Il capolavoro iconico di F.L. Wright si organizza su due differenti proposte espositive, la prima è quella della rampa e sviluppa la galleria espositiva su un percorso lineare ascensionale, la seconda è quella del vuoto, l’ampio atrio principale al di sotto della cupola di copertura si presta all’ esposizione di opere con carattere accentrante. Turrel è adatto alla seconda scelta e, attraverso una struttura conica rimovibile in anelli reticolari di alluminio e teli tesi, trasforma la spazialità della grande sala in un luogo smaterializzato della propria realtà e di cui solo la luce rimane concreta esperienza.

Seppur definito un artista del Light and Space Movement, corrente nata nella Southern California degli anni Sessanta, Turrel lavora non solo al rapporto spazio luce, bensì è la percezione degli ambienti e la loro corporeità vuota a permeare gran parte della sua ricerca. Con Robert Irwin a metà degli anni Settanta modificano due aule bianche di Villa Panza a Varese incorniciando con un taglio nelle pareti uno un albero all’esterno e l’altro il cielo. Il critico Gillo Dorfles ci spiega così l’installazione:

“Lo strombo della finestra, creato in modo da suggerire una scatola prospettica, aiuta a leggere il vuoto come un pieno, come un quadro che muta nel tempo tenendo fisse le sue dimensioni”.

Altra installazione di luce che andò ad occupare una delle hall museali più famose al mondo è quella di Olafur Eliasson nella Turbine della Tate Modern di Londra del 2003. Anche qui non è tanto la ricerca cromatica o luminosa quella che ci interessa, ma la dimensione che il vuoto della Turbine viene ad occupare alla presenza del grande sole.
Agli albori dell’Architettura, nel tempio di Zeus ad Olimpia Fidia inserì la statua crisoelefantina di Zeus volutamente sproporzionata rispetto alla cella templare, così da farla apparire immensa per il cosmo del tempio e di conseguenza colossale per il mondo intero: insegnò ai posteri come il gioco dei rapporti proporzionali influenzi la percezione dello spazio e possa invertire il grande con il piccolo come il fungo magico dell’ Alice di Carrol. Così il sole di Eliasson è compresso tra le alte pareti della vecchia centrale termoelettrica ed è proprio in questa tensione che l’effetto è schiacciante e sublimante sullo spettatore, il tutto enfatizzato da un grande specchio collocato sul soffitto a completare in un cerchio l’emisfero di luce.

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Olafur Eliasson, The weather project, Turbine Hall Tate Modern, LND 2003

L’indagine che guarda alla definizione di un vuoto positivo, uno spazio latente reso in atto dal pieno che lo confina, la pausa tra i pieni o anche detta dimensione del between, è un tema compositivo imprescindibile per l’architettura. Luigi Moretti ne fece argomento di approfonditi studi che arrivarono alla composizione di plastici di rappresentazione dei vuoti interni di grandi opere architettoniche, da lui pubblicati sulla rivista Spazio negli anni ‘50. Uno studio dell’architettura in negativo che è ben evidente nel suo operato, nella consapevole scelta di calibrare la dilatazione e compressione degli spazi in funzione dei percorsi e della destinazione d’uso dei luoghi. Poichè una volta in sequenza queste differenze fra interni rappresentano una vera e propria partitura del between, dove non solo lo spazio, ma anche il tempo, inteso come pausa prende parte al gioco. Per la stessa ragione conoscitiva Adalberto Libera nel capolavoro del Palazzo dei Congressi (1938-1954) mette a soglia divisoria tra l’alto parallelepipedo dell’atrio e la grande volta interna un ingresso molto basso, quasi a dover chinare la testa prima della rivelazione magnifica ed eterea della crociera ribassata.

moretti_volumi degli spazi interni della chiesa di san filippo neri. Progetto di guarino guarini
Luigi Moretti, studio dei volumi interni del progetto della chiesa di San Filippo Neri di Guarino Guarini, Spazio n.7 1952-53

Dar voce allo spazio del vuoto e a quell’architettura che di esso ne fa essenza, non associando per forza se stessa al pieno ed alla densità fa venire in mente l’opera della Torre dei Venti di Toyo Ito, premio Pritzker del 2013. Non a caso il realizzatore del progetto è un architetto giapponese, nato e cresciuto in una cultura che da sempre contrappose all’horror vacui occidentale un’abile ricerca estetica del vuoto.
La torre costruita negli anni ’80 nella città di Yokohama è un intervento su una preesistenza, una vecchia torre di cemento armato che svolgeva il ruolo di serbatoio idrico per l’impianto di condizionamento del centro commerciale sottostante. Ito decide di rivestirla con un doppio involucro cilindrico di pannelli forati in alluminio. Tra la struttura e l’involucro si colloca un reticolo di neon e lampadine che viene costantemente stimolato con impulsi elettrici  dal vento che entra all’interno dello spazio vuoto della torre. Così i pannelli esterni si alternano in un gioco tra diafano ed opaco in continua relazione con gli impulsi luminosi ed il vento. Di per sé è un’opera senza funzione ma è un’inserimento urbano che guarda alla riqualificazione di un’area in maniera modesta e sapiente, opponendosi alla speculazione edilizia, alle demolizioni ed ai riempimenti coatti.

Toyo Ito Torre del vento
Toyo Ito, Torre del Vento, Yokohama, 1986

Così scriveva Gillo Dorfles per il Corriere della Sera:

“Credo sia davvero utile ribadire quanto sia urgente – proprio in un periodo culturale come l’ attuale – un recupero della pausa, del «vuoto», di fronte all’ eccesso di pienezza e di continue sollecitazioni percettive – tanto acustiche quanto ottiche – che la (in)civiltà del nostro mondo elettronizzato ci impone. Ben vengano, dunque, opere  a ricordarci come tra una struttura e l’ altra, tra un accordo e l’ altro, tra uno spot televisivo e l’ altro, è non solo opportuno, ma imperativo che esista e si prolunghi la presenza d’ un momento o d’ un segmento-spaziale (ma anche temporale) riservato al vuoto creativo».”

About Isabella Zaccagnini

Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

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