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Boyhood e lo spirito del tempo

Dice Michel Houllebecq in Estensione del dominio della lotta che l’adolescenza non è soltanto un periodo importante della vita, bensì è l’unico periodo nel quale si può parlare di vita nel senso più pieno del termine. Richard Linklater sceglie di includervi anche parte dell’infanzia e racconta la vita di un ragazzo dai sei anni fino ai diciotto. Fin qui niente di strano, un romanzo di formazione come tanti. Se non fosse che la crescita di Mason Evans Jr. (il protagonista) combacia con quella di Ellar Coltrane (l’attore che lo impersona). Con un esperimento di cinema/verità inedito, le riprese del film coprono l’arco dei dodici anni narrati nella diegesi e ci mostrano l’invecchiamento reale dell’intero cast; nel quale spiccano Patricia Arquette, madre del protagonista, Ethan Hawke, padre del protagonista e cocco del regista e Lorelei Linklater, sorellona del protagonista e figlia del regista.  Immortalare il percorso biologico dei corpi è indubbiamente un’operazione impressionante, soprattutto sui più piccoli, seguiti nell’età dello sviluppo; ma forse non è l’aspetto più interessante. Mason Evans Jr, come Ellar Coltrane, non vive nel vuoto, non ha avuto sei anni in momento qualsiasi, li ha avuti nel 2002, ed è nel 2013 che ne ha compiuti diciotto. Attraverso una vasta serie di riferimenti alla cultura pop, che vanno dalla trasmissione ossessiva di Dragonball Z, ai video avanguardistici di Lady Gaga, passando per l’Harry Potter Mania, senza trascurare la scena politica, dominata ora dalle guerre di Bush, ora dall’avanzata di Obama, Boyhood si incarica di rappresentare una delle cose più difficili in assoluto: lo Zeitgeist.
Fino ad oggi, c’erano due modi di farlo: o col senno di poi, retrospettivamente, oppure in diretta, con un’intuizione profetica. Nel primo caso si rischia di diventare retorici ed è l’effetto che fanno, ad esempio,  molti film sul Sessantotto, nei quali non puoi uscire di casa senza incastrarti in un corteo caricato dalla celere e tutti i tuoi amici ad una certa partono per l’India e tornano col barbone.
Nel secondo, il rischio è quello di prendere una cantonata, di incorniciare fatti trascurabili a causa dei limiti che un punto di osservazione interno comporta. È un rischio molto concreto soprattutto in questo mondo mediaticamente inquinato, pieno di cose effimere che si impongono all’attenzione generale creando un volume di discorsi esagerato. Per dire, l’ultima cosa che ho sentito dichiarare segno dei tempi è la foto di questi due imbecilli davanti alla Gioconda.

Quella di Linklater è una terza via estremamente particolare che assume quest’ultimo rischio al fine di disattivare completamente il primo. Le cose del mondo vengono ritagliate in diretta, mentre accadono, ma non sono sottoposte al giudizio ugualmente fallace dei contemporanei, bensì a quello distante dei posteri. Cioè noi, abitanti del 2014. È impossibile risultare retorici quando nessuna storiografia ha fissato gli anni che stai vivendo. Ma il punto è che come posteri non siamo così distanti, ed è qui che emerge la potenza dell’operazione: non abbiamo ancora iniziato a scrivere la narrazione degli anni zero che Linklater già ce l’ha inviata, direttamente dal passato. Boyhood diventa un documento duplice: testimonierà sia la percezione dei contemporanei agli eventi narrati, sia la percezione che di quel recente passato si stava formando nel decennio successivo. Dragonball Z in televisione è il 2002 che racconta il 2002 ma anche uno dei primi 2002 raccontati nel 2014.

Nel fotografare il proprio tempo Linklater non ha evitato gli azzardi, come quando nel 2008, all’inizio del boom di facebook, ha inserito il social network in un dialogo tra padre e figlia. Per quello che ne potevamo sapere allora, facebook sarebbe potuto sparire di lì a poco, sfrecciare come una meteora nel mutevole cielo di internet. Invece si è radicato nelle nostre vite, specialmente in quelle della generazione del protagonista, definendone le forme di socializzazione. Mason incrocia quest’evoluzione e, in accordo col suo carattere precedentemente descritto (e, ricordiamo, precedentemente ripreso), diventa la prima figura di millennial critico nel cinema. E non è una posizione posticcia o semplicistica, le parole del regista cinquantenne messe in bocca all’attore diciottenne. Nel mondo di Mason cancellarsi da facebook è visto come un gesto narcisistico, la confutazione dell’atto stesso, non ci sono facili vie di fuga. Mason trova il compagno di stanza al college tramite un software che incrocia le preferenze di lifestyle e consumo culturale inserite in un questionario da tutte le matricole. Da un lato è felice perché “chi ascolta i Bright Eyes non può essere una brutta persona”, dall’altro prevede che tra qualche anno il questionario sarà superfluo perché verranno utilizzate le ricchissime identità virtuali sparpagliate nei social network. “Non potevi prevedere che [le macchine] ti avrebbero letto la mente: Kasparov vs. Deep Blue, anno 1996” cantano gli Arcade Fire durante i titoli di coda, riferendosi al computer progettato dalla IBM in grado di battere a scacchi il più forte umano del pianeta.

Se questa è la prima volta che Linklater si occupa di descrivere il tempo storico (ed è la prima volta che chiunque lo fa in questo modo), il tempo esistenziale è un tema cardine di tutta la sua filmografia. Basti pensare alla caducità che impregna quella piccola meraviglia di Dazed and Confused, a certi dialoghi di Slacker o Waking Life e soprattutto alla trilogia dei Before (Before Sunrise, Before Sunset, Before Midnight ), la quale altro non è che una Boyhood estremamente dilatata e meno ambiziosa, una adulthood, perché iniziamo a seguire i suoi protagonisti all’età in cui lasciamo Mason. Proprio Mason, alla fine del film, si incarica di fornire una chiave di lettura allo scorrere del tempo che abbiamo appena visto dispiegarsi davanti ai nostri occhi, nei dodici anni più concreti mai narrati dal cinema. Dà voce a una convinzione cara al regista, presente in Waking Life sia nella forma gnostica di Philip K Dick, sia in quella teologica-estetica di Bazin, e qui in una forma laica che rovescia una sentenza tradizionale. È la risposta vitalista di Linklater all’angoscia di Houellebecq con la quale abbiamo aperto l’articolo; dice Mason, in Boyhood, che non siamo noi a dover cogliere l’attimo, è solo lui che può cogliere noi.

Alessandro Lolli

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