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Indie più, indie meno

Non so se ne facevano di più, se li pubblicizzavano meglio o se semplicemente ne cercavo di più io, ma ho come la sensazione che rispetto a qualche anno fa la popolarità dei film indipendenti americani sia in calo. Parlo di tutti quei film riconducibili più o meno immediatamente all’estetica di cui il Sundance Film Festival è stato, e continua ad essere, portabandiera, e che in opposizione più o meno programmatica sia ai blockbuster con budget a otto zeri, sia alle commedie più popolaresche, cercano di raccontare un’America quotidiana e poco glamour. Nella seconda metà della scorsa decade non passava anno senza che uno di questi film facesse una qualche sorta di botto con annessa nomination di consolazione agli Oscar, e più in generale capitava ben più spesso di ritrovarsi al cinema alcuni di quelli che più attiravano l’attenzione del pubblico d’oltreoceano. Nell’ultimo periodo la tendenza sembra essere stata in larga parte riassorbita, almeno a livello dei più grandi canali di distribuzione, che evidentemente non devono più essere molto convinti della presa sul grande pubblico di questo tipo di storie.

Personalmente ho avuto una relazione ambigua col fenomeno. Come qualsiasi altro filone ha prodotto e continua a produrre lavori di qualità eterogenea, dal fantastico Un gelido inverno che ha lanciato la carriera di Jennifer Lawrence, ad oscenità come Fà la cosa sbagliata. Si possono anche isolare un paio di correnti interne abbastanza facilmente identificabili che rappresentano un po’ una polarità tra l’anima più piaciona e d’intrattenimento e quella più terra terra e naturalista: da una parte abbiamo la commedia romantica con la colonna sonora di Spoon e Yeah Yeah Yeahs (500 giorni insieme), dall’altro il brutale resoconto di qualche storia tragica (Precious).

Come dicevo ho avuto e continuo ad avere un rapporto contrastato con questo tipo di film per vari motivi, il primo dei quali è probabilmente il fatto che il pubblico che un film del genere si attende di avere è formato da persone all’incirca della mia risma. Sono nei “mid-twenties” come dicono in America, sono un appassionato di cinema e musica diciamo di nicchia, mi faccio la barba piuttosto di rado e via dicendo. Il fatto che molti di questi film mi diano l’impressione di starmi costantemente facendo l’occhiolino, di starmi dicendo “lo facciamo per te” è ovviamente fastidioso, da una parte per il semplice fatto che, come credo sia per i più, non gradisco essere ingabbiato in una fascia demografico-culturale precisa, dall’altra perchè mi rendo conto che sotto sotto il bersaglio che sceneggiatori e registi hanno in mente è in realtà, e comprensibilmente, molto più ampio. Non c’è niente di male nell’ambizione di un artista a che la propria creazione raggiunga e sappia interessare una fascia di pubblico che sia il più ampia possibile, e non credo che considerazioni sul potenziale pubblico a cui rivolgersi giochino un ruolo malevolmente importante per questi film del circuito indipendente, specie se li confrontiamo con le produzioni della cara vecchia Hollywood, ma l’ambiguità tra la supposta natura “di nicchia” di questi film e la loro piacioneria e il loro appeal intergenerazionale devo dire che mi spaventano.

Se la devo fare estremamente corta il pensiero di poter avere gusti concordanti con quelli di un cinquantenne che va il venerdì sera al Quattro Fontane mi tiene sveglio la notte, ed è quindi con estrema diffidenza che vado incontro a film con storie edificanti, personaggi verosimili e dialoghi naturalistici.

Riesco comunque, o almeno spero, a fare gli opportuni distinguo tra film appartenenti a questa categoria, e volevo prendere ad esempio un paio di pellicole che mi è capitato di visionare negli ultimi giorni. La prima si chiama Short Term 12, secondo lungometraggio di un regista la cui opera prima si intitolava I Am not a Hipster. Il film è ambientato in una specie di casa famiglia per bambini e ragazzi con situazioni familiari complicate, ed è esattamente il tipo di film che non posso sopportare in quanto parla di giovani ma piace ai vecchi (credo). I personaggi hanno tutti delle storie allucinanti di sfighe che emergono man mano più inquietanti, e sono tutti molto sensibili, però poi c’è la scena al ralenti in cui tutti ridono e c’è una canzone folk in sottofondo, se non che poi a uno gli girano le palle e c’è una crisi, si fa pace, ma un altro si taglia le vene, poi la protagonista ha un’epifania e alla fine il messaggio è che la vita è bella perchè ci sono le difficoltà ma tutti insieme le supereremo.

Lungi dall’essere il peggio che il filone ci ha saputo offrire, la schizofrenia emotiva del film, spacciata per aderenza alla realtà è probabilmente il tratto più fastidioso in assoluto che un film di questo tipo può avere, e faccio fatica a comprendere le eccellenti recensioni che ST12 ha rimediato pressochè ovunque.

Tutta un’altra storia l’altro film di cui voglio parlare. O meglio, una storia molto simile, ma il film mi è piaciuto alquanto, per cui deve essere diverso. Vediamo.

Trattasi di Happy Christmas di Joe Swanberg, regista ed attore estremamente prolifico che si divide tra drammetti agrodolci come questo e thriller zozzi, splatterate random e altre strane cose che realizza anche in collaborazione con il suo amichetto Ti West. Questo fatto per esempio mi intriga molto: cimentarsi con pellicole di genere è una gavetta cui i giovani autori sembrano essere sempre meno interessati, ma che credo essere estremamente fruttuosa e sintomatica di qualcuno interessato ad apprendere il mestiere oltre che ad esprimere la propria senz’altro profondissima visione delle cose importanti della vita.

Non che la cosa spicchi in maniera particolare, ma se gli alti e bassi emotivi di Happy Christmas risultano non molto meno forzati di quelli di Short Term 12, viene però meno il senso di stare assistendo allo srotolarsi di una parabola morale di qualche tipo, il che è un passo avanti di dimensioni incalcolabili.

La storia è quella di una coppia con bebè a seguito che ospita durante le vacanze di Natale la squinternata di lui sorella, che seminerà un po’ di salutare panico nel tran tran familiare. Jenny, la squinternata, è interpretata da Anna Kendrick, una delle mie giovani attrici preferite, che qualcuno avrà presente per i film della saga di Twilight o per Tra le nuvole. Il talento della ragazza nel rendere i dialoghi così naturali da sembrare in qualche misura improvvisati -cosa che non è da escludersi- è una boccata d’aria fresca rispetto alla musonaggine metodista della sua collega Brie Larson nel film di cui prima, e la mancanza di un fuoco, di uno scopo, è proprio la caratteristica che libera Happy Christmas dalla patina di pesantezza e auto-conferita significatività che uccidono la spontaneità che mi aspetto da questo tipo di pellicola.

Al di là della raccomandazione di Happy Christmas non so bene dove volessi andare a parare con questo post, e dubito che la mia nebulosa opinione su queste questioni potesse essere espressa in maniera compiuta e intelligibile, ma io ci ho provato, e la vita va avanti, e insieme ce la faremo.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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