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Polvere di stelle

In questo momento Christopher Nolan è con distacco la più grande rockstar registica del mondo. I suoi film sono automaticamente tra i più grossi eventi cinematografici dell’anno, con budget a nove cifre, incassi spesso e volentieri a dieci, orde di fan adoranti e un riscontro critico magari meno caloroso che in passato ma comunque incomparabile a quello che chiunque sia in grado di manovrare certe cifre, Pixar esclusa, sia riuscito a suscitare negli ultimi anni.

Questo non fa di lui automaticamente un grande regista, e probabilmente nemmeno uno influente visto che il numero di persone in grado di mettere insieme gli immensi budget di cui necessita la realizzazione del tipo di film cui il regista inglese ci ha abituato si conta letteralmente sulle dita di una o due mani, ma trovo sia infantile negare l’impatto che questo quarantenne sta avendo se non sul cinema in quanto tale, sicuramente sulle persone che al cinema ci vanno e che di cinema parlano, derubricandolo a mero fenomeno di costume o di marketing. Come per tutti gli altri suoi film si farà un gran parlare dell’ultimo Interstellar, e tanto basta per rendere pressochè doveroso questo post.

Qualche lettore particolarmente attento potrà forse ricordare che non avevo amato il capitolo conclusivo della trilogia del Batman nolaniano, film che avevo trovato privo di interesse in primis da parte di un regista che, assodata la professionalità, sembrava aver altro per la testa. Questo qualcos’altro poteva forse essere proprio Interstellar, una pellicola che di converso porta il marchio di fabbrica del suo regista e sceneggiatore fino all’eccesso. A dominare la pellicola, e dunque a causare la stragrande maggioranza dei problemi che la affliggono, è infatti la nolanianissima volontà di causare nello spettatore il massimo dello stupore per gli sviluppi della trama e contemporaneamente di suscitare il massimo di pathos per le vicende emotive dei personaggi, mettendosi alla ricerca di un equlibrio nella commistione delle due parti che il film non va nemmeno lontanamente vicino ad ottenere.

I due binari su cui corrono queste due anime del film sono la fantascientifica ricerca da parte di Matthew McConaughey di una nuova casa per il genere umano ormai condannato all’estinzione sul suo pianeta natale, e il tortuoso rapporto che lo lega ai figli, ormai lontanissimi nello spazio e nel tempo.

Il primo aspetto del film è abbastanza evidentemente una rivisitazione delle suggestioni letterarie di un noto testo di divulgazione scientifica, ossia “Dal big bang ai buchi neri” di Stephen Hawking. Sia il linguaggio degli scienziati nel film, sia diverse delle immagini e idee più affascinanti che il film ha da proporre -una su tutte, l’uomo che precipita nel buco nero- sono prese abbastanza di peso dal libro di cui sopra, e lungi da me voler tacciare l’operazione di mancanza di originalità, credo che anzi la rivisitazione pop di teorie scientifiche, o quantomeno delle suggestioni che esse sono in grado di esercitare sui non esperti (categoria cui mi devo certamente ascrivere) sia un modus operandi criminalmente sottoutilizzato, specialmente in un ambito naturalmente predisposto ad accoglierlo come quello della fantascienza.

Chiariamoci, la quantità di stronzate pseudoscientifiche che c’è da sorbirsi lungo le quasi tre ore del film è assolutamente degna di nota, e la conclusione a cui si giunge è che “l’amore è in grado di attraversare lo spazio e il tempo”, per cui non mi sentirei proprio di consigliare il film a un pubblico di puristi della fantascienza, ma resta il fatto che l’idea è apprezzabile e la resa grafica di queste che continuo, per mancanza di un termine migliore, a chiamare suggestioni, è notevole.

Dove il film mostra il fianco, anche abbastanza marchianamente, è nelle frequentissime scene in cui cerca di tenere insieme gli aspetti di cui sopra con una componente melò che non starebbe in piedi per conto suo e che, usando un eufemismo, fa storcere il naso quando viene forzosamente messa a contatto con gli sviluppi più sorprendenti della trama. La commistione nasce male e non viene mai riaddrizzata, sia dal punto di vista del tono inutilmente lamentoso che dà alla pellicola, sia per il ritmo balbettante e discontinuo cui la costringe durante tutta la prima metà e oltre.

Fa un po’ strano etichettare come ambizioso un film che per molti versi risponde abbastanza pedissequamente a molti stereotipi della più classica produzione americana di cassetta, ma pensando alle intenzioni del regista, a quello che egli aveva probabilmente immaginato e sperato per il suo pubblico, emerge in Interstellar una certa natura kitsch-titanica che è stata, in varie declinazioni, propria di una grossa fetta della produzione di Nolan. Stiamo parlando di un personaggio che si imbarca in progetti che vanno regolarmente al di là sia del suo spessore intellettuale, sia del suo talento artistico che non sono nulli ma tantomeno trascendenti, e se molti cinefili smaliziati vedono in questa tendenza una certa goffaggine spesso piccatamente sottolineata, personalmente voglio interpretarla come una forma di chisciottismo che non posso non considerare salutare, specie in un’industria che continua a non essere solita investire in progetti di questo tipo. Le possibilità che, chiuso nel suo scantinato alchemico, Nolan un giorno scopra effettivamente la pietra filosofale sono basse, e realisticamente mi sembra più probabile aspettarsi che anche in futuro i suoi lavori migliori continuino ad essere quelli più incanalati e magari pensati come minori, ma non posso negare che la possibilità che il prossimo Inception o il prossimo Interstellar centrino il bersaglio mi esalta alquanto, e anche solo per questo motivo ho tutte le intenzioni di continuare a fare il tifo per il buon Christopher.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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