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L’arte della città

“La città è deteriorata e degenerata per la mancanza di esperienza estetica. Perché l’esperienza estetica, il cui centro naturale è il museo, non concorre alla struttura della città. L’arte non è più, come è stato nel passato, la città; la città non è più il mezzo principale dell’educazione estetica.” 1

G. C. Argan

 

Nel 1969 Giulio Carlo Argan descriveva con queste parole il rapporto tra la città a lui contemporanea e l’arte. I musei, da sempre custodi della cultura collettiva, avevano perso in quegli anni la loro vocazione formativa sul senso collettivo dell’estetica. Erano invece diventati luoghi distanti dai nuovi mondi dei mass media che già costituivano la fonte principale di educazione collettiva, riducendosi piuttosto a più semplici scenari per le mostre temporanee che periodicamente vi venivano ospitate.

Si avvertiva già a partire da quegli anni (ma all’interno di in un processo che oggi è ancora più percepibile) un distaccamento tra la realtà del quotidiano e il significato collettivamente riconoscibile nelle opere d’arte. Sebbene gli anni ’70 possono sembrarci ormai lontani (e forse più artisticamente proficui di quanto non lo sembrino gli anni che viviamo), è possibile individuare in quel periodo l’inizio del sentimento che ci porta a frequentare i musei o i luoghi della cultura principalmente in occasione di grandi eventi o di mostre importanti. I numeri dei visitatori alla maggior parte dei musei italiani ne è la prova, ad eccezione appunto delle grandi mostre, ovvero di quegli eventi che continuano a registrare numeri incredibili di visitatori e file interminabili agli ingressi. 2

Ma al di là del significato contemporaneo del museo quale luogo di conservazione e divulgazione del sapere, è interessante notare come il rapporto della città con l’arte stia sensibilmente cambiando. Rispetto allo scenario delineato da Argan, assistiamo infatti ad una trasformazione nel modo stesso in cui le città si rendono protagoniste dell’educazione estetica. Stiamo capendo come la rinuncia alla decorazione, uno dei princìpi più importanti del modernismo (perpetrato in maniera più o meno evidente anche nella lunga fase postmoderna che ci ha accompagnato fino ad oggi), in realtà sia una perdita ben più profonda della semplice rinuncia all’apparato decorativo dell’architettura. Più semplicemente, abbiamo rinunciato al carattere espressivo delle città, ovvero a quell’insieme di connotazioni estetiche particolari attraverso le quali esse stesse si sono da sempre rappresentate.

La contemporaneità, ovviamente, non permetterebbe più l’uso di linguaggi appartenenti ai tempi passati; la ricerca del carattere architettonico delle città deve allora passare per altri mezzi. Paradossalmente, uno dei tentativi più evidenti di questi ultimi due decenni non è un prodotto interno alla cultura architettonica, ma è probabilmente individuabile nella street art. Termine generico, evidentemente non privo di ambiguità, che avrebbe bisogno di analisi più approfondite di quanto non sia stato fatto sino ad oggi.

jericho

Appare comunque innegabile che le opere di street art ridisegnino rapidamente facciate di edifici abbandonati, porzioni di interi quartieri, o muri ciechi guardati con indifferenza sino al giorno prima. Nei primi tempi, tali eventi venivano osservati con diffidenza (se non con disprezzo) dalla maggior parte delle persone, ma oggi l’attenzione generale nei confronti delle opere di questo tipo di arte è in continua crescita. Rappresenterebbe allora un’occasione persa il non indagare qualcosa di più profondo all’interno dei meccanismi che regolano l’estetica delle città contemporanee.

Come primo punto si dovrebbe riflettere sul sentimento di appartenenza ad un luogo che tali interventi sono in grado di generare: se ad un profilo di un edificio anonimo e ripetitivo, si sostituisce una connotazione estetica caratterizzante, anche il modo in cui ci si può riconoscere in una comunità cambia sensibilmente. L’anonimato di strade e quartieri è da molto tempo additato come principale responsabile della disaffezione verso le forme contemporanee dell’architettura: la street art si ripropone quale obiettivo principale l’annullamento di queste distanze.

Ulteriore caratteristica di questa espressione artistica è il fattore temporale. La velocità con la quale viene realizzata, riesce a superare la fisiologica lentezza che accompagna invece la costruzione dell’architettura. In poco tempo si cambiano colori e forme con rapidità difficilmente raggiungibili con altri mezzi. Ed è forse questa la componente più affascinante nella percezione collettiva del fenomeno artistico, che viene immerso in una società sempre più bisognosa di informazioni rapide e continue.

Riconoscibilità e tempo appaiono allora i termini principali nella lettura delle opere che ogni giorno appaiono sui muri di fronte le nostre finestre. A questi potremmo aggiungere la difficoltà dell’arte contemporanea “da museo” di intercettare le aspettative e le necessità di chi le osserva. Situazione, peraltro, non dissimile dalla difficoltà che l’architettura media dei nostri giorni trova nel suo dialogo quotidiano con la città.

Come qualsiasi intenzione estetica, la street art non è lontana dalla soggettività di chi la opera. E come con tutte le buone intenzioni, non sempre il risultato sperato è esattamente quello ottenuto. Ma una ricerca più profonda sulla cultura formale e figurativa che ci circonda rappresenta, ad ogni modo, un importante meccanismo di ritorno al riconoscimento di un senso condiviso di qualità estetica, che attraverso una riformulazione delle arti figurative e dell’architettura può riprendere a recuperare la distanza che ormai divide il mondo delle arti da quello reale.

1 Giulio Carlo Argan, Il museo e la città: arte contemporanea in Italia. 1969, Archivio RAI

2 http://www.statistica.beniculturali.it/RILEVAZIONI/MUSEI/Anno%202013/MUSEI_TAVOLA1_2013.pdf

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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