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L’Italian Theory e la “politica filosofica”

“Italian Theory” è un modo per delineare un fenomeno che racchiude alcuni approcci di filosofi italiani alla questione politica. Termine soprattutto in voga fra i dipartimenti di Humanities anglofoni, che notoriamente possiedono l’hobby di etichettare cose e persone. Non si cercherà di liquidare semplicemente tale definizione come l’ennesima moda dei radical-chic americani, bensì di vedere in breve in cosa consista la “differenza italiana” e quale sia una sua conseguenza di fondo: il rischio di rendere subalterna la filosofia alla politica e quindi di perdere la sua libertà da “legami di servitù”, come affermò Aristotele nel Libro I della Metafisica.

Italian Theory è un titolo analogo e derivato da quello che i medesimi statunitensi definirono come “French Theory”: decostruzionismo, strutturalismo e via dicendo. Quell’insieme di teorie di stampo francese incentrate sull’individuazione di strutture di potere e rapporti fra stato e individuo. Giorgio Agamben, Roberto Esposito e Antonio Negri sono i loro principali esponenti, ma anche Tronti e Cacciari e altri rientrano a pieno titolo in tale corrente di studi. Ma che cosa costituisce l’Italian Theory nella sua peculiarità? Innanzitutto, il contesto storico: non è una filosofia nata nelle accademie e nelle università. Si costituì fra gli anni ’60 e ’70 attraverso i movimenti studenteschi, operai e post-operai più radicali rispetto al PCI, spesso con molti dei suoi componenti finiti all’interno delle carceri per motivi squisitamente politici. In poche parole, nel confronto serrato con la realtà sociale di quel pezzo d’Italia ne divennero un suo prodotto. Questi pensatori militarono e fecero filosofia dentro le fabbriche e nelle piazze, ma già nella propria impostazione molti di loro si sono discostati fortemente dal gramscismo caratterizzante il Partito Comunista dell’epoca. L’Italian Theory ha al centro della propria riflessione la categoria del conflitto: come le situazioni di attrito fra parti di un medesimo corpo sociale diano forma ai vari rapporti di potere all’interno delle società contemporanee, come intravide Marx nella sua critica alla sovrastruttura sociale. In sostanza, un’identificazione fra politica e polemologia, dove la lettura di Focault si incontra con le riflessioni di Heidegger e Carl Schimtt all’interno del lavoro di questi intellettuali italiani.

Principalmente due sono i problemi che interessa questo gruppo di teorici, partendo da tale idea del conflitto e aldilà dei corrispettivi approcci: come Dario Gentili notò all’interno della tavola rotonda Che cos’è Italian Theory? (Lo Sguardo – Rivista di filosofia, Numero 15, 2014) questi riguardano la biopolitica e la teologia politica. Primo la biopolitica, la relazione fra la corporeità dei singoli membri di un tessuto socio-politico e le strategie che le classi dominanti optano per massimizzarne lo sfruttamento intensivo di tale corporeità. Di come in effetti l’organizzazione politica sia arrivata a manipolare i rispettivi individui, prescrivendo canoni di “normalità” a cui adeguarsi e metodi per dominare il complesso di questo insieme di vite. L’esempio lampante è il populismo nelle sue svariate configurazioni e tutti quei tentativi diretti o meno di giustificare il neoliberismo. Secondo, la teologia politica. Cioè il come il retroterra e la struttura cristiana sia una riflesso delle istanze politiche e radice dell’attuale secolarizzazione e globalizzazione.

Quindi l’Italian Theory è una filosofia politica che si trasforma in “politica filosofica”. Ma a questo punto è giusto riprendere la domanda iniziale: se la filosofia si va a trasformare in critica e azione politica, dove va a finire la propria autonomia? Citando un articolo di John Searle, The Storm over the University (1990), una concezione radical-politica dell’educazione superiore trasforma la conoscenza in uno strumento di cambiamento della società, perdendo però la propria connotazione di “libero”. Dunque, il rischio implicito di una politica filosofica è quello di subordinare il filosofare stesso alle categorie della prassi e del mutamento politico. Con la conseguenza di perdere la propria indipendenza di pensiero, al fine di diventare un mero strumento. Se la filosofia, tornando a Aristotele, è libera e degna di essere perseguita in quanto non ha obiettivi pratici né è ordinata ad altre scienze, una tale mossa di subordinazione implicita nell’Italian Theory rappresenterebbe una sconfitta dei suoi migliori propositi. Forse la tanto disprezzata filosofia accademica, nelle sue declinazioni analitiche ed ermeneutiche, può in effetti portare a una ricerca teoretica autentica, senza vincoli dettati dal radicalismo politico.

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