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Scoprendo Vivian Maier

Quella del documentario è un’arte sottile, probabilmente più delicata e problematica del cinema narrativo in quanto spesso data per scontata, in positivo o in negativo che sia. Una larga fetta del pubblico potenziale si divide infatti tra persone che fanno l’associazione documentario = noia, residuo dell’ora di geografia delle elementari, e altre che non sono in grado di discernere i meriti cinematografici di una pellicola a prescindere dall’interesse dell’argomento trattato.

Questa distinzione credo sia paticolarmente importante in quanto il cinema è, come del resto tutte le altre, anche se spesso senza il riconoscimento, un’arte del come sopra al cosa, e accettare questo fatto è particolarmente difficile per lo spettatore medio, in special modo quando la componente didascalica di una pellicola è particolarmente marcata, come accade per forza di cose nella maggior parte dei documentari.

CIP: settimana scorsa sono andato a vedere un documentario intitolato Finding Vivian Maier, che racconta l’interessantissima storia della donna del titolo, una fotografa la cui opera è rimasta completamente ignota fino a dopo la sua morte, quando un ragazzo ha rinvenuto tonnellate di negativi in un lotto di scatole comprate in una di quelle aste stile DMAX. Il film raccoglie le testimonianze di alcune delle persone con cui Vivian è venuta in contatto durante la sua vita, principalmente le famiglie in cui ha lavorato come tata o ragazza alla pari, unite dalla sorpresa che la scoperta di questa vita parallela ha suscitato in tutte loro. Vengono alla luce anche diversi lati oscuri della personalità della fotografa in incognito, che poteva a volte essere alquanto crudele nei confronti dei bambini di cui si prendeva cura.

Le vicende esposte sono sicuramente molto interessanti e degne di essere raccontate, ma ciò non toglie che il film in quanto tale si riduca costantemente ad un minimo comun denominatore documentaristico che non può che far pensare a cosa sarebbe potuto uscire fuori dallo stesso materiale se trattato da mani più esperte di quelle del suddetto ragazzo ritrovatore del tesoretto fotografico.

Oltre alla piattezza e retoricità delle interviste infatti, o alla colonna sonora stock fino al midollo, la personalità di questo John Maloof viene imposta allo spettatore nella forma di diversi piagnistei su come la kasta del mondo artistico/museale sia reticente ad accogliere la Maier tra le sue fila, e tutta un’inutile deviazione in Francia volta a dimostrare come l’operazione di disvelamento dell’opera di una persona che evidentemente non aveva nessuna intenzione di rendere pubblico il prodotto della sua passione, sia in realtà legittimata da una lettera scritta decenni prima.

Nel complesso, anche visto lo scarso impatto autoriale che per il resto (non) caratterizza il film, questi momenti risultano abbastanza a loro stanti da non rovinare il risultato finale più di tanto, ma resta il fatto che lo iato tra materiale e realizzazione è notevole, ed è esattamente del tipo di cui parlavamo a inizio post. La forma è sostanza per farla breve, e i documentari non rappresentano un’eccezione per questa utile massima.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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