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Napoli, impressioni di un viaggio veloce

Attraversare una città per un giorno soltanto giustifica il tentativo di assorbirne i significati in maniera più diretta. Napoli è una città sicuramente complessa, a tratti complicata, ma la fascinazione che produce in chi la incontra è indubbiamente forte, a prescindere dal tempo che si decide di trascorrervi. Vi si colgono le problematiche proprie dei grandi centri, pur non cercando in essa un campionario di casi risolti, quanto l’esternazione del conflitto tra il tempo e la necessaria resistenza ad esso che l’architettura oppone.

Si assiste, allora, alla scomparsa improvvisa dell’idea moderna di città, ovvero del modello al quale siamo più affini in quanto destino ormai consumato in molte altre parti del mondo. Lo scenario rimanda a configurazioni antiche, a dinamiche e necessità costruttive diverse da quelle alle quali siamo da tempo abituati. E’ possibile allora intuire come la stratificazione storica sia la parte continua e attuale della formazione di questa città; non è la cristallizzazione di un momento preciso in quanto volontà romantica, ma l’effettiva capacità di adattamento all’ imprescindibile evoluzione della vita urbana.

A Napoli, l’architettura appare dunque consumata dalla città che l’ha generata: su ogni sua parte sembra sia steso uno strato grigio di tempo trascorso. Tutta la città sembra storica, anche negli edifici più recenti, quelli che volevano contribuire con il mito del moderno alla definizione di un’immagine nuova; nulla appare costruito per l’eternità.

Il senso di appartenenza che questa città riesce a generare, ribadisce contemporaneamente due concetti fondamentali nella definizione della struttura della città: da un lato quello greco di polis, ovvero di “quel luogo dove una gente determinata, specifica per tradizioni, per costumi ha sede, ha il proprio ethos 1. Dall’altro (e quindi paradossalmente) quello del latino civitas, opposto rispetto al precedente in quanto riconducibile alle persone che si riconoscono in un luogo in quanto appartenenti alla medesima volontà collettiva.

Tale particolare situazione è il frutto di una sorta di processo (non lineare e apparentemente continuo) lungo il quale, a causa dell’incapacità nel conservare pienamente le tracce del passato, e forse anche a causa di una coscienza storica collettiva eccessivamente radicata, si è finito per azzerare le riflessioni sulla cultura architettonica della città stessa, che si mostra invece come sommatoria di pezzi diversi.

Sintomo principale di questa particolare condizione è il superamento, apparentemente raggiunto sebbene non risolto, della distinzione tra spazio privato e pubblico. La struttura della città appartiene davvero a coloro che la vivono: il rapporto tra strade, attraversamenti e spazi domestici è continuo. La luce diventa allora la vera definizione dei volumi urbani, in quanto distinzione tra strade strette e alte e cortili interni dilatati e rarefatti. Se ne modifica il ruolo, rendendolo altro rispetto a quello di componente essenziale nel rafforzamento della decorazione architettonica.

LC 7.10.1911

Infine, il ricordo di una foto di Le Corbusier. Scattata nel 1911 coglie, non volendo, il paradosso di Napoli, dove il dettaglio dell’architettura deve essere astratto per poter essere metabolizzato. Nell’insieme si perde la complessità della facciata della Chiesa del Gesù Nuovo, nella quale invece è espresso al meglio l’inevitabile conflitto tra il singolo periodo storico e la figurazione architettonica complessiva: proprio in quel bugnato forte e nero, e nel suo porsi a contrasto tra le decorazioni del portale e quelle della grande finestra centrale. Per Le Corbusier l’attenzione era già rivolta al rivestimento e al suo essere volume piuttosto che superficie, in grado di definire, grazie alle proprie ombre, i propri rapporti spaziali. Non deve però diventare una semplificazione del problema, riconoscendo sempre quanto l’espressione architettonica sia al tempo stesso sintomo e soluzione del problema più ampio che è quello della definizione del carattere di una città.

 1 M. Cacciari, La città, Pazzini Editore, Villa Verucchio, 2004

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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