Home / Cinema / Due fratelli, un film

Due fratelli, un film

Qualche tempo fa scrissi un post in cui mi lamentavo della prematura stagnazione in cui sono ricaduti gli ultimi film di Wes Anderson. Come molti degli altri post che scrivo su Polinice era un tentativo di razionalizzare una sensazione largamente istintiva, di motivarla a me stesso sperando che il processo possa risultare interessante per il potenziale lettore.
Rivango la questione perchè ho avuto oggi la lampante e a pensarci bene un po’ ovvia realizzazione che la stagnazione di un regista non è affatto motivo di fastidio, e che quindi dovrei probabilmente riconsiderare i motivi che mi hanno portato a perdere le speranze nei futuri lavori di Anderson.
Non avevo probabilmente bisogno del film di cui sto per parlare per rendermi conto della cosa, visto che di esempi a riguardo ce ne sarebbero altri, ma sta di fatto che dopo aver visto l’ultimo, bellissimo film dei fratelli Dardenne, non posso più nascondermi dietro il falso assunto che la ripetizione causi fastidio, perdita di interesse o quant’altro.

Le coordinate stilistiche dei film girati dai due fratelli belgi infatti (la cui carriera peraltro è accostabile a quella di Anderson per lunghezza e frequenza di uscite) sono rimaste in larga parte immutate sin dagli albori, e il loro ultimo Due giorni, una notte non fa eccezione. La regia spoglia, la camera a mano, le ambientazioni operaie, l’assenza di musica, sono tutti elementi da cui i due non si sono mai allontanati, e che hanno coltivato quasi caparbiamente, convinti probabilmente della validità, se non addirittura della necessarietà di questi stilemi nel panorama cinematografico contemporaneo. Una rottura col passato può essere rinvenuta nella scelta di assegnare la parte della protagonista a Marion Cotillard, un’affermata diva internazionale che rompe la tradizione di attori largamente sconosciuti che avevano in passato militato nelle squadre assemblate dai Dardenne per le loro pellicole, ma il viso della Cotillard viene trattato dall’obiettivo nella stessa maniera in cui venivano trattati volti meno glamour, e non credo che lo star power della francese abbia alcun effetto sull’impatto del film.

Due giorni, una notte racconta della via crucis, è proprio il caso di dirlo, di Sandra, un’operaia su cui pende la spada di Damocle del lincenziamento, che si vede costretta a rivolgersi uno ad uno ai suoi colleghi pregandoli di votare a suo favore in un referendum, voluto dal principale, per decidere se mantenere la protagonista in organico o distribuire un bonus tra gli altri dipendenti, visto che, stando al capo, una cosa escluderebbe l’altra. Questo pellegrinaggio si svolge nel lasso di tempo indicato dal titolo, e si snoda tra alti e bassi resi dai Dardenne con consueto naturalismo.
Immergere persone comuni in situazioni realisticamente estreme è da sempre stata la prerogativa primaria dei film dei due, e anche sotto questo punto di vista il loro ultimo lavoro non si discosta di una virgola dai precedenti, che tanti premi hanno fruttato ai loro creatori. Sandra è descritta come una persona fragile, sopraffatta dalle circostanze ma costretta senza scampo a perseverare, e intorno a lei si dipana un ritratto dell’umanità a volte meschina, a volte generosa, che in ogni caso gli autori si rifiutano di giudicare o anche solo categorizzare.

Spero non si gridi allo spoiler se rivelo che rispetto ad alcuni episodi passati della filmografia dei Dardenne, Due giorni, una notte si rivela quantomeno più speranzoso e dunque emotivamente digeribile, ma credo che la circostanza ci riveli l’umore dei registi piuttosto che un nuovo orientamento nella loro “evoluzione” stilistica, e alla fine della visione, pur con gli inevitabili goccioloni agli occhi e il cuore gonfio, non avei potuto francamente dire di aver assistito a un qualcosa di diverso da quello che chiunque abbia un minimo di familiarità con i loro film precedenti possa aspettarsi da una nuova pellicola dei Dardenne.

Non sono sicuro dove questo mi lasci in relazione al discorso di inizio post, e un primo tentativo di razionalizzazione potrebbe portarmi a dire che il ripetersi dei barocchismi di Anderson è molto più difficilmente digeribile della pur persistente naturalezza dei Dardenne, ma sarebbe probabilmente questione di tempo prima che mi sovvenisse un qualche controesempio a sparigliare questa instabile argomentazione. Per ora limitiamoci ad ammirare questa nuova meraviglia e alle “conseguenze” penseremo dopo.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

Check Also

album

L’album, una specie in via d’estinzione?

Una delle differenze più ovvie tra gli appassionati di musica casual e i nerd più ...